
Appena giunta a casa dal ridente aeroporto di Stansted mi trovo a riflettere su un episodio del passato che mi ha vista protagonista e probabilmente mi ha fatto entrare nella storia (quella della Ryanair, quantomeno).
Succede che lo scorso settembre mi trovo ad acquistare un biglietto on line, come sempre, d’altronde. Comunque. La sera della partenza mi scapicollo fuori dell’ufficio un’ora prima e giungo a Stansted con solerte puntualità. Il risultato del check-in on line è una banale stampa che riporta un codice a barre ed alcuni dati tra cui il mio nome ed il numero di volo. Brandendo il magico foglietto supero tutti i controlli, arrivo al gate, mi imbarcano, prendo allegramente posto, allaccio le cinture per non doverci pensare più, estraggo ipod e libro e guardo con un ghigno i turisti imbranati che non sanno dove sistemare le valigie.
Dopo poco, io già immersa nell’allegro ascolto di Daniel Johnston, lo steward ripete più volte un nome a me familiare, sebbene pronunciato in maniera inusuale. In effetti realizzo che si tratta del mio nome. Quasi contenta, maledette manie di protagonismo, agito la mano gioiosamente strepitando ‘It’s me, it’s me!’. Il tizio è verde in faccia e mi dice che c’è un problema con il mio biglietto. Io, sicura di me come mai prima e probabilmente mai poi, lo guardo con aria interrogativa ed estraggo il già citato foglietto. Lui mi dice che l’orario è sbagliato. Penso ad un problema di stampa (il mio cervello in quel momento era evidentemente rimasto in ufficio o da qualche parte sullo Stansted Express), sorrido, non capisco, mi dice che dovevo partire con un altro volo, ed io ‘Ma come, sono le 7, vede, c’è scritto anche sul biglietto, le 7’, peccato che ci sarebbe dovuto essere scritto 19, non 7, porca di quella vacca della vacca. Finalmente capisco che ho comprato il biglietto sbagliato, mentre il mio vicino di sedile mi osserva con occhi sgranati.
Lo steward mi deporta dall’aereo. Gli attacco una pezza infinita, prima ruffiana, poi incazzosa, infine piagnucolosa, cercando di convincerlo che può farmi partire comunque, che sono disposta a pagare il biglietto nuovamente, che sono disposta a sborsare qualsiasi cifra. La butto sul drammatico, lui pare sinceramente dispiaciuto ma inflessibile. Sto ancora ciarlando che già mi trovo al gate e mi smollano lì, frastornata e con la forte ed assolutamente fondata sensazione di essere una cogliona (grazie word che me lo correggi con ‘fogliona’ ma volevo dire proprio quello, cogliona, e lo ripeto pure).
E così affronto un viaggio dantesco attraverso l’aeroporto di Stansted, scoprendo che tutto è pensato per camminare in una sola direzione, e quindi mi trovo a scendere scale di servizio, a smadonnare mentre precorro lunghi corridoi contro mano con la gente che pure mi guarda male. Ed ecco che giungo ai controlli. Mi guardo intorno spaesata (non senza continuare a smadonnare tra me e me, a mo’ di mantra) e placco un tizio della security spiegandogli la stronzata che ho fatto e chiedendogli come posso uscire. Mi scorta all’ingresso e capisco che non sono poi così beota, o che quantomeno esiste sempre un peggio, quando due tipi che hanno appena passato in controlli gli chiedono se possono venire anche loro con noi perché vogliono fumarsi una sigaretta, e quando il mio Virgilio dice loro che se ci seguono dovranno passare nuovamente i controlli si bloccano stupiti e provano pure a convincerlo. Mioddio.
Non ci sono ovviamente altri voli fino all’indomani, per cui esco dall’aeroporto, salgo sullo Stansted Express, mi faccio un’altra bella oretta di viaggio tra treno e metropolitana, e alle 9 circa sono di nuovo a casa. Bevo molta birra.
Presumibilmente esiste un dossier Mikelini da qualche parte negli archivi della Ryanair, forse è anche saltata qualche testa perché, di fatto, sono riuscita a salire su un aereo con il biglietto di un altro volo. Un’operazione degna del più scaltro dei terroristi.
Listening to: Essie Jain – We Made This Ourselves