Mes nuits

aprile 3, 2011

Ain’t got no-I got life

Filed under: musica — maud @ 7:25 pm

Per alcuni giorni mi sono chiesta il motivo in virtù del quale la musica di Nina Simone avesse su di me un effetto rigenerante, per non dire terapeutico, mentre l’ascolto di Billie Holiday tenda, il più delle volte, ad avvilirmi. Questo per quanto io adori entrambe, e le radici musicali siano, di fatto, pressoché identiche.
Ora penso che il motivo stia nel diverso approccio alla vita che le due signore del blues dimostrano, senza dubbio influenzato dal ben differente contesto biografico. Se Nina Simone è la cantrice della lotta, di chi conosce la sofferenza ma la combatte, Billy Holiday avvolge i suoi brani nella rassegnazione di chi si sente già sconfitto. Se la prima canta canzoni d’amore deluso con la forza di chi è ad ogni costo preparato ad andare oltre, la seconda racconta la cedevolezza, la melanconia senza speranza, la non-accettazione di un dolore comunque inevitabile. La prima resiste, la seconda soccombe.


Sono grata ad entrambe queste donne per tutta la bellezza che ci hanno regalato, ma mi sento più vicina a quella delle due che ha deciso di lottare.

Ain’t got no home, ain’t got no shoes
Ain’t got no money, ain’t got no class
Ain’t got no skirts, ain’t got no sweater
Ain’t got no perfume, ain’t got no beer
Ain’t got no man

Ain’t got no mother, ain’t got no culture
Ain’t got no friends, ain’t got no schooling
Ain’t got no love, ain’t got no name
Ain’t got no ticket, ain’t got no token
Ain’t got no God

What about God?
Why am I alive anyway?
Yeah, what about God?
Nobody can take away

I got my hair, I got my head
I got my brains, I got my ears
I got my eyes, I got my nose
I got my mouth, I got my smile
I got my tongue, I got my chin
I got my neck, I got my boobs

I got my heart, I got my soul
I got my back, I got my sex
I got my arms, I got my hands
I got my fingers, Got my legs
I got my feet, I got my toes
I got my liver, Got my blood

I’ve got life, I’ve got my freedom
I’ve got the life

And I’m gonna keep it
I’ve got the life
And nobody’s gonna take it away
I’ve got the life

marzo 11, 2011

Dell’importanza degli odori

Filed under: Various — maud @ 11:56 pm

L’odore della mia casa, che riconosco come un saluto, anche se ci sono talvolta di mezzo sigarette, aglio e olio, cartoni di pizza, cipolla ribelle, a seconda della mia condotta nei giorni antecedenti.
L’odore di un cane che si alza dopo essere stato per ore nella sua cuccia.
Il mio odore quando mi metto il naso sotto il collo della maglietta in cerca di sicurezza e calore.
L’odore dei pub inglesi, della birra impiastricciata sulla moquette.
L’odore caldo, sensuale ed un po’ vomitevole del gelsomino nel mio giardino in una serata torrida.
L’odore dell’aria umida in estate nella mia città.
L’odore della neve, quello della pineta.
L’odore del cloro della piscina.
L’odore dei tigli nella mia vecchia casa.
L’odore delle persone che non posso più odorare, e di quelle che non voglio più odorare.

 

settembre 21, 2010

Di canzoni e luce

Filed under: London, musica — maud @ 9:05 pm

Non divago, per non perdere il già precario filo del discorso, sulle ragioni che ieri mattina mi hanno suscitato l’impulso di ascoltare Jacques Brel. Comunque sia, il caso ha voluto che avessi a disposizione un suo album (precisamente Jacques Brel et ses Chansons) acquistato durante uno dei raptus di shopping compulsivo che mi coglievano, assai di sovente, quando ancora risiedevo in terra britannica. Essendo ciò avvenuto durante un periodo caratterizzato da una mia logorante cupezza interiore che nulla concedeva alla sperimentazione in materia di bellezza, l’ho ascoltato una volta e poi è finito nel dimenticatoio, almeno fino a ieri.

Ed è così che questo vecchio album, il primo del nostro belga, ascoltato con orecchie più predisposte si è rivelato una piccola stupefacente perla che con la relativa semplicità degli arrangiamenti (che io, per ora, apprezzo assai di più rispetto alle sue produzioni successive, mi perdonino gli estimatori) si è fatto strada nella mia giornata e nei miei pensieri, che ha magistralmente accompagnato e forse anche influenzato.

Perché la mia cupezza esistenziale di allora male si abbinava con la canzone francese, che pure non risplende di particolare brio? E perché, allargando il discorso, Londra mi ha letteralmente impedito di apprezzare certi tipi di musica, così come, forse, mi ha quasi fatto smettere di scrivere, ma allo stesso tempo mi ha permesso di calcare terreni che, seppur non sconosciuti, avevo fino ad allora bellamente ignorato?

La musica classica, per esempio, completamente fuori discussione. Il jazz, non tutto. La bossa nova, per sopravvivenza. Letteratura italiana od in generale del sud, idem.

Il fatto è che questo belga, con la sua calda e languida malinconia, sarebbe stato spazzato via dal primo treno della Victoria Line. Il colore della luce, con le taglienti sfumature blu dei giorni limpidi che quasi sembrano scavare nella pietra e nell’asfalto, o l’uniforme manto grigio della pioggia che appiattisce e cancella ciò che la prima tanto si era affannata ad evidenziare, non può, e forse non deve, lasciare spazio a musica o parole che hanno radici in un’altra terra.

Non che il Belgio sia questa terra arroventata dal sole, ma certe influenze culturali quantomeno non hanno dovuto remare per arrivarci.

C’è qualcosa che ancora mi sfugge in tutto ciò, e probabilmente non lo troverò mai. Mah.

febbraio 26, 2010

E Spotify sia

Filed under: musica — maud @ 10:17 pm

Fopp, London, Covent Garden - pic by David Edgar

Scaricare musica è illegale. C’è poco da fare, un album è il frutto del lavoro di persone che con quei danari si guadagnano da vivere. Sebbene abbia recentemente letto un’intervista ad un gruppo i cui i musicisti dichiaravano di non avere alcun problema al riguardo in quanto i loro introiti provenivano nella quasi totalità dalle performance live, bisogna sempre pensare alle piccole case discografiche che vivono solo di quello, come si disquisiva poche settimane fa con Fabio in una pizzeria di Finsbury Park.

Ora, io predico bene e razzolo male, ma le alternative che si propongono in questi ultimi anni hanno fatto sì che la mia precedentemente attivissima attività illegale si sia ridotta ai suoi minimi storici. Qual è il problema quindi? Beh, il problema è vivere nella cultura musicale da terzo mondo dell’Italia. Perché, appena fuori dai confini nazionali, un cd appena uscito costa una decina di sterline (ora equivalente a 10 euro) in un negozio nel centro di Londra (www.foppreturns.com) che oltre agli ottimi prezzi offre anche una selezione di grande qualità, per poi scendere a 7, 5 e persino 3 sterline.

Poi c’è mamma Amazon.co.uk, che grazie alla spedizione gratuita garantisce prezzi spesso imbattibili.

Ed infine, per finire in bellezza, il quantomeno mitico servizio di nome Spotify (www.spotify.com), una sorta di iTunes in streaming, ove gratuitamente (e legalmente) si può ascoltare ogni genere di album. E c’è davvero di tutto, almeno per quanto riguarda la musica ascoltata da me medesima, che di solito non è proprio mainstream. In tempi recenti la creazione di account gratuiti è stata limitata, ma ad una modica cifra di 10 sterline mensili si può ancora avere accesso ad una libreria musicale pressoché illimitata. Molti gruppi pubblicano i loro album (vedi Eels e Wilco) appena usciti nei negozi, e ciò scatena una reazione a catena: ascolto il disco, mi piace molto, lo trovo a prezzi ragionevoli, lo compro, casa discografica e musicisti possono arrivare alla fine del mese ancora una volta. Vabbè, magari non grazie a me, ma si fa ciò che si può per contribuire.

Ripeto, il problema è che nel deserto culturale italiano queste opzioni latitano (credo sia comunque possibile aprire un account Spotify a pagamento), ma la risposta è a mio parere incazzarsi, non piegarsi ad un sistema che rischia di uccidere le piccole realtà dell’industria musicale.

Listening to: Dream Syndicate – Out of the Gray

febbraio 13, 2010

Good night Charlie

Filed under: musica — maud @ 2:15 pm

“La selezione naturale dovrebbe avermi già spazzata via dalla faccia della terra. Di certo non mi permetterà di riprodurmi”, medito osservando con sorriso beota l’orlo di un metaforico precipizio.
Nell’attesa che l’ira di Darwin si scateni su di me non faccio che fomentare questo simpatico stato d’animo con i miei abituali vizi, ovvero musica, libri e birra.

In quanto alla musica, per primo è giunto End Times degli Eels, che trattando di separazioni, incomunicabilità e solitudine, potrebbe forse avermi ricondotto coi piedi per terra, se non fosse che tutto ciò è cantato con tale brutale dolcezza da ottenere semmai l’effetto contrario. Intanto la mia vena (aka fissazione) alt-country si va facendo sempre più radicata, ed ecco che una breve ricerca produce una lista di nomi a me precedentemente ignoti: Deer Tick, Elliott Brood, Joe Pug, The Felice Brothers. Ognuno di loro con la sua piccola storia:

Deer Tick: la bruttezza della copertina dell’album che mi e’ capitato tra le mani ha quasi condizionato il mio immediato giudizio, ma fortunatamente il primo brano e’ forse anche quello che preferisco e quindi mi sono appassionata pressoché immediatamente. Ora ascolto e riascolto quella Ashamed pensando a quanto possa essere derivativa e anche a quanto di questo me ne sbatta davvero poco, mentre mi perdo nel suo arpeggio di chitarra.

Elliott Brood: per chi ama i Cave Singers (io), questa band canadese non e’ altro che puro piacere. Niente di nuovo ancora una volta, ma ‘sti cazzi. Write It All Down For You fa venire voglia di danzare persino quando si siede davanti ad un computer in un ufficio a Covent Garden e si hanno davanti ancora molte ore di grama giornata lavorativa.

Joe Pug: succede che un giorno ascolto per la prima volta il suo EP Nation Of Heat (sembra che ad oggi abbia prodotto solo EPs, e presumibilmente io sono una dei suoi cinque ascoltatori), e c’e’ qualcosa in lui che non mi e’ nuovo (ok, a parte Bob Dylan ed una spolverata di Billy Bragg). Poi capisco: l’ho visto suonare subito prima di Steve Earl un paio di mesi fa. Era lui quel ragazzetto con la camicia a quadretti ed i jeans scalcagnati, buffo e sorridente, che suonava come se avesse una sorta di urgenza di cantare le sue canzoni, quasi una necessita’ fisica. Ed ora, riascoltandolo con calma, penso sì a Bob Dylan, a Billy Bragg, e forse fino a Woody Guthrie, e dovrei averne abbastanza, ma sarò forse psicolabile in questi giorni eppure la sua voce e la sua scarna onestà mi commuovono.

The Felice Brothers: pare che il loro stile spontaneo e fresco risalga al tempo in cui tenevano jam sessions nel salotto di casa assieme al padre, ed a giudicare dai video dei loro concerti si direbbe che i fratelli Felice abbiano conservato la capacità di intrattenersi, quasi di giocare, con il loro strumenti. Il brano cajun Run Chicken Run, dall’ultimo album Yonder is the Clock, mi ha fatto più volte provare il desiderio di scaraventare per aria il portatile e lanciarmi in una danza sfrenata.
“Run chicken run
Don’t you lose your step
The cat got out of the bag
You better keep your sense
Breathe chicken breathe
Don’t you loose your breath
Chickens don’t get no life after death”

novembre 13, 2009

Eels – Hombre Lobo

Filed under: musica — maud @ 8:13 pm

Le riviste di moda occhieggiano dal tavolo e mi incitano ad essere più fica. Anche volendo seguire il loro fetido consiglio, ciò che mi pare inarrivabile non è lo sforzo richiesto dall’apparire, ma è la costanza e l’esercizio e l’estrema abilità che ciò richiede. Questo è senza dubbio al di sopra delle mie capacità. Traducasi: nel mio caso, quantomeno, la merda viene prontamente a galla, non è sufficiente che m’inondi di profumo o cerchi di nasconderla sotto uno smagliante sorriso. Da cui, perché darsi pena? E si legga questa come metafora dell’inettitudine esistenziale in genere, dell’inutile cercare di incastrarsi in un meccanismo in cui non si funziona, o si sa di poterlo fare per poco, pochissimo tempo. Da cui, l’arresa. Così si è, così si resta.
E mentre si fa strada il mal di testa che questo pesante quesito esistenziale mi provoca (aiutato dall’ingrato il clima), cerco consolazione in chi deve essere più o meno sceso a patti con tale consapevolezza molto prima di me, quel leader degli Eels che di cacca deve averne spalata in grandi quantità, e che pure è sopravvissuto, mirabili cose producendo.
L’ultimo album è una di quelle cose che ti danno una ragione per vivere, che lo ascolti e ti dici che ancora ha senso essere da queste parti (dove da queste parti si intende il pianeta terra, nda). Un brano, The Longing, in cui solo la pausa nella strofa finale tra ‘her tears, her sorrow, her faults’ ed il successivo ‘her doubts. I love them all’ fa venire la pelle d’oca. Un album che lascia il dolore mescolarsi con una moderata violenza sonora, accendendo un lumicino, pur lontano, lontanissimo, che ti dice ‘ebbene si, è uno schifo, ma qualcosa c’è, ed è la bellezza, e quella non può lasciarci, se ne sta lì, bisogna solo avere la forza di coglierla’. Ed è questa la chiave: se non si può irradiare, quantomeno si colga.

agosto 13, 2009

Di lacrime e folk

Filed under: musica — maud @ 10:55 pm

Riguardo al potere salvifico della musica. Che può anche accompagnare la mia ridicola inclinazione alla tragedia, la può cullare, renderla un poco più poetica, cancellarne i biechi retroscena e restituirle una sognante dignità. Certa musica può persino questo. March 16-20, 1992 degli Uncle Tupelo, per esempio. Un album di una bellezza agghiacciante, una raccolta di brani sia tradizionali che originali, interpretati, e nel secondo caso scritti, da Jay Farrar (in seguito Son Volt) e da, nemmeno a dirlo, Jeff Tweedy.
Pare che prima della registrazione i due abbiano trascorso settimane immersi nell’ascolto delle produzioni dello Smithsonian Institution, e non mi meraviglio. Suoni tanto intensi per quanto tristi, c’è da piangere ascoltando quest’album, ce n’è abbastanza per evadere dalla realtà abbietta e tornare nel proprio mondo di calde e malinconiche illusioni.
E mentre lascio che le lacrime mi accarezzino il collo ci sono ormai solo le chitarre che mi accompagnano in questo triste viaggio che è quasi, un poco, dolce. Non troppo, però.

agosto 11, 2009

Londra, Santiago, Ravenna, Londra

Filed under: Travel — maud @ 12:12 pm

Mi ricordo camminare su marciapiedi chiari, le colonne bianche dei portici che scivolano via veloci, le ginocchia pesanti. Mi ricordo camminare sulla pietra grigia, le strade contorte, stupita. Mi ricordo camminare tra le case conosciute, gialle ed ocra, tra suoni ed odori noti. Mi ricordo camminare sull’asfalto chiazzato di vomito, guardando i mattoni rossi e gli affollati comignoli.

C’e’ il silenzio, il silenzio intorno. Le cose non parlano.

luglio 28, 2009

E Wilco sia

Filed under: musica — maud @ 11:08 pm

E Wilco sia, in ricchezza e povertà, in salute e malattia, in buona e cattiva sorte. Che se ne stanno lì, nella mia testa oramai da mesi, da quel giorno in cui scoprii A Ghost is Born e decisi di riascoltare ciò che già ben conoscevo (Sky Blue Sky, Summerteeth), ma con attenzione diversa. Perché sono semplici, gli Wilco, paiono semplici e si rischia di fermarsi alla superficie. Dopo mesi di ascolto assiduo ed un poco ossessivo è in quella apparentemente patinata superficie che ho affondato la vanga, e senza pietà. Con il rischio che mi venissero a noia. Non è successo: ogni nuovo ascolto, ogni album del passato a me sconosciuto (Yankee Hotel Foxtrot, per dirne uno), è stata per me una nuova delizia che ha accompagnato le mie ore più grigie ed ora allo stesso modo accompagna queste ore dai mille colori.
Sono tornata indietro, sono tornata agli Uncle Tupelo che adesso mi graziano con le loro Whiskey Bottle e Moonshiner, sono passata attraverso la collaborazione con Billy Bragg per poi giungere allo splendido live Kicking Television. E sono ancora qua, che scavo e scopro tesori, come la bellezza di un passaggio che mai avevo notato prima.
L’ultimo album è ancora lì, da esplorare, poco a poco. E il loro concerto a Santiago, difficile per altre ragioni, assume le sembianze di un amante che ci affascina con la sua generosità ma è talvolta scostante (così è Jeff Tweedy), antipatico, intenso (connotazione inglese inclusa). Sono forse stati fortunati coloro che non hanno capito le parole di Jeff, e si sono lasciati portare dalla musica, solo da lei, in quelle due ore di delizia. Per quanto mi riguarda li vedrei ancora, per quanto il geniale Jeff si sia rivelato persona quantomeno complessa. Ma sono un po’ masochista, e questo già si sapeva.

luglio 24, 2009

L’amore ai tempi delle febbre suina

Filed under: London — maud @ 11:17 pm

Soho

Soho - March 2009

Ed è così che ci hanno tolto anche la poesia, che cos’è l’amore di questi tempi, quando si incontrano in metropolitana ragazzetti quidicenni turisti con la mascherina anti-microbi e lo sguardo fisso all’orizzonte di chi, pronto a sopravvivere all’epidemia, ha oramai visto tutto. E nemmeno hanno mai provato l’ebbrezza di quei treni e dell’alito del vicino che sa di aglio alle 8 del mattino.

Cosa sanno loro dell’amore in questi tempi di recessione? Cosa sanno di quella Spagna lontana una settimana, ma che sarà lontanissima a breve, cosa ne sanno? E ben venga che la mascherina ci proteggerà dal loro sonoro sproloquio, quantomeno.

Quello che io so è che continuo a preferire Blood on the tracks a Blonde on blonde, io blasfema. Quello che io so è che non mi piace, per nulla, la figlia di Richard Thompson. Quello che so è che mi piace, nonostante la figlia, Richard Thompson. Quello che so è che questa eterna primavera è pesante. Pesantissima talvolta, come l’asfalto, insaziabile. E mi si venga a dire che Blonde on blonde è meglio, è il capolavoro. Me ne sbatto. Ai tempi della febbre suina tutto è concesso, anche questo.

Listening to Bob Dylan – Blood on the tracks

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