
Riguardo al potere salvifico della musica. Che può anche accompagnare la mia ridicola inclinazione alla tragedia, la può cullare, renderla un poco più poetica, cancellarne i biechi retroscena e restituirle una sognante dignità. Certa musica può persino questo. March 16-20, 1992 degli Uncle Tupelo, per esempio. Un album di una bellezza agghiacciante, una raccolta di brani sia tradizionali che originali, interpretati, e nel secondo caso scritti, da Jay Farrar (in seguito Son Volt) e da, nemmeno a dirlo, Jeff Tweedy.
Pare che prima della registrazione i due abbiano trascorso settimane immersi nell’ascolto delle produzioni dello Smithsonian Institution, e non mi meraviglio. Suoni tanto intensi per quanto tristi, c’è da piangere ascoltando quest’album, ce n’è abbastanza per evadere dalla realtà abbietta e tornare nel proprio mondo di calde e malinconiche illusioni.
E mentre lascio che le lacrime mi accarezzino il collo ci sono ormai solo le chitarre che mi accompagnano in questo triste viaggio che è quasi, un poco, dolce. Non troppo, però.
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