
Non divago, per non perdere il già precario filo del discorso, sulle ragioni che ieri mattina mi hanno suscitato l’impulso di ascoltare Jacques Brel. Comunque sia, il caso ha voluto che avessi a disposizione un suo album (precisamente Jacques Brel et ses Chansons) acquistato durante uno dei raptus di shopping compulsivo che mi coglievano, assai di sovente, quando ancora risiedevo in terra britannica. Essendo ciò avvenuto durante un periodo caratterizzato da una mia logorante cupezza interiore che nulla concedeva alla sperimentazione in materia di bellezza, l’ho ascoltato una volta e poi è finito nel dimenticatoio, almeno fino a ieri.
Ed è così che questo vecchio album, il primo del nostro belga, ascoltato con orecchie più predisposte si è rivelato una piccola stupefacente perla che con la relativa semplicità degli arrangiamenti (che io, per ora, apprezzo assai di più rispetto alle sue produzioni successive, mi perdonino gli estimatori) si è fatto strada nella mia giornata e nei miei pensieri, che ha magistralmente accompagnato e forse anche influenzato.
Perché la mia cupezza esistenziale di allora male si abbinava con la canzone francese, che pure non risplende di particolare brio? E perché, allargando il discorso, Londra mi ha letteralmente impedito di apprezzare certi tipi di musica, così come, forse, mi ha quasi fatto smettere di scrivere, ma allo stesso tempo mi ha permesso di calcare terreni che, seppur non sconosciuti, avevo fino ad allora bellamente ignorato?
La musica classica, per esempio, completamente fuori discussione. Il jazz, non tutto. La bossa nova, per sopravvivenza. Letteratura italiana od in generale del sud, idem.
Il fatto è che questo belga, con la sua calda e languida malinconia, sarebbe stato spazzato via dal primo treno della Victoria Line. Il colore della luce, con le taglienti sfumature blu dei giorni limpidi che quasi sembrano scavare nella pietra e nell’asfalto, o l’uniforme manto grigio della pioggia che appiattisce e cancella ciò che la prima tanto si era affannata ad evidenziare, non può, e forse non deve, lasciare spazio a musica o parole che hanno radici in un’altra terra.
Non che il Belgio sia questa terra arroventata dal sole, ma certe influenze culturali quantomeno non hanno dovuto remare per arrivarci.
C’è qualcosa che ancora mi sfugge in tutto ciò, e probabilmente non lo troverò mai. Mah.
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Ci vorra’ un’altra vita per comprendere l’effetto di Londra su questa.
Commento di Fabio — ottobre 22, 2010 @ 2:22 pm
Come hai ragione…
Commento di maud — ottobre 22, 2010 @ 10:14 pm
Eh sì, nessuno come Jaques Brel è inascoltabile se non si è nel giusto luogo e nella giusta predisposizione d’animo…
a Torino, quando abitavo in una mansarda con vista sui tetti e le Alpi si stagliavano in lontananza, lo ascoltavo quasi ogni giorno.
Non che Torino abbia qualcosa a che vedere col Belgio… non so, forse erano i tetti. O ero io.
Fatto sta che ora, a Trieste, il CD di Brel non è mai uscito dalla custodia…
Sono tornata dopo più di 2 anni e con enorme piacere ho scoperto che scrivi ancora, e divinamente.
Un caro saluto
Faro
Commento di faronascosto — novembre 21, 2010 @ 3:09 pm