Quella sera entrai timidamente nel cinema, sola, e guardandomi intorno appurai che l’età media del pubblico si aggirava intorno ai settanta anni. In virtù del numero esiguo di persone tale media risultava abbassata considerevolmente dalla mia presenza. Un cinema vuoto straripante di vecchietti, insomma. Presi posto vicino ad un paio di ottantenni e mi apprestai a seguire questo film che il fato mi ha concesso di vedere per la primissima volta al cinema, perdipiù in versione restaurata, mica roba da niente!! Il film suddetto trattavasi de “Il grande dittatore”, ultimo muto di Charlie Chaplin. Dopo cinque minuti dallo spegnimento delle luci, ma forse anche meno, stavo ridendo a crepapelle, gli occhi sgranati per non perdere un solo unico dettaglio delle prime rutilanti scene, quelle nelle quali il Nostro si trova nelle vesti di militare in piena prima guerra mondiale. L’utilizzo assai inabile da parte sua di una bomba a mano è una delle scene più esilaranti che abbia mai visto. Sono un’amante dichiarata della verbosità, nella logorrea mi ci sento a mio agio, e chi mi conosce non faticherà a comprenderne la motivazione. Non è un caso se uno dei miei registi preferiti è Rohmer. Ma quella sera riconobbi la potenza e la bellezza espressiva del gesto in sé. Un genere di comicità che sicuramente è stato ripreso milioni di volte in seguito, ma in quel momento era come se lo vedessi per la prima volta… avevo davanti un genio della movenza, e davvero le parole sarebbero state superflue.
E che dire della surreale, meravigliosa scena dell’incontro tra Hitler (alias Adenoid Hynkel) e Mussolini (alias Benzino Napaloni), durante la quale i due litigano ed Hynkel brandisce un wurstel come se fosse un manganello e cerca di colpire l’altro, che dalla sua lo apostrofa “Eh no, con quello no, quelli li abbiamo inventati noi!”. Ho riso fino alle lacrime. Geniale.
A questi momenti di spietata comicità se ne alternano altri
inquietanti, come quello celebre in cui Hynkel gioca con un mappamondo gonfiabile, e che tanto ricorda alcune foto che vennero scattate ad Hitler nel mezzo di un momento di auto-esaltazione megalomane, scatenato in lui dall’ascolto di alcuni suoi vecchi comizi registrati. Chaplin, che allora risiedeva negli Stati Uniti (dove peraltro il film venne realizzato) non era in grado di conoscere l’effettiva portata di ciò che stava avvenendo in Europa, poiché le vere dimensioni dell’olocausto vennero alla luce solo anni dopo (il film venne girato nel 1939). Lui stesso in seguito affermò che se avesse saputo quanto era stata spaventosa la realtà dei campi di concentramento non avrebbe mai girato Il grande dittatore.
E poi l’incredibile finale, che non voglio svelare a coloro che ancora non l’avessero visto, e di cui mi limito a riportare il discorso conclusivo, durante il quale peraltro piansi a dirotto. Chissà, forse si commosse anche qualcuno dei vecchietti. Per quanto mi riguarda uscii da quel cinema continuando ad alternare le lacrime al riso.
L’occasione che ha scatenato questo sproloquio è la manifestazione Chapliniana che si svolge a Bologna in questi mesi (per la cui preziosa segnalazione ringrazio Borguez!): consiste in una mostra ed in varie iniziative tra cui le imperdibili, almeno per quanto mi riguarda, proiezioni dei film muti di Chaplin, accompagnati dalle musiche originali eseguite dall’orchestra del teatro comunale di Bologna.
“Hannah, mi senti? Ovunque tu sia, alza gli occhi! Alza gli occhi, Hannah! Le nubi si disperdono! E torna il sole! Usciamo dalle tenebre alla luce! Entriamo in un mondo nuovo, un mondo più buono, dove gli uomini saranno superiori alla loro ingordigia, al loro odio ed alla loro brutalità. Alza gli occhi, Hannah! L’anima dell’uomo ha messo le ali e finalmente egli comincia a volare. Vola nell’arcobaleno, nella luce della speranza. Alza gli occhi, Hannah! Alza gli occhi!”
Listening to: My latest novel – Wolves