
London (November 2007)
Raccontare la sua vicenda significa ripercorrere alcune delle tappe più significative dei primi 40 anni del secolo passato, e degli sconvolgimenti socio-politici ed artistici che li caratterizzarono. La vita di Tina Modotti è stata di volta in volta la vita dell’immigrata, dell’attrice hollywoodiana, dell’artista bohemien, dell’idealista, della rivoluzionaria, del personaggio politicamente scomodo, dell’esule. Nata ad Udine nel 1896, all’età di diciassette anni raggiunse il padre emigrato a San Francisco. In seguito si trasferì a Los Angeles con il desiderio, soddisfatto, di intraprendere la carriera cinematografica. E divenne attrice, una bellezza italiana e quindi esotica, un viso intenso, un fisico di esile perfezione.
Non mi meraviglia che, a breve distanza dal primo incontro con il fotografo Edward Weston, sia divenuta la sua modella preferita ed in seguito la sua amante. E le linee pure dei ritratti fotografici di Weston trovano la loro massima espressione in quella che è a mio parere una delle più belle foto di nudo di tutti i tempi, scattata sul tetto della loro casa messicana:

Edward Weston – Nude, 1923
Quel Messico che vedrà il suo rinunciare alla carriera di attrice, forse alla celebrità, divenendone la patria adottiva. Bisogna ricordare come Città del Messico a quei tempi fosse un sorta di Parigi d’oltre oceano, ove ferveva un’intensa vita culturale ed artistica animata da personaggi come Clemente Orozco, Diego Rivera e Frida Kahlo. Tina e Weston vi si trasferirono nel 1923 e qui ebbe inizio la loro collaborazione artistica. Dapprima nelle vesti di assistente in camera oscura, quindi, seguendo un percorso che la portò ad una sempre crescente autonomia formale, come collaboratrice alla pari. Le sue foto risentono quindi in un primo periodo dell’influenza westoniana, la ricerca dell’astratto nelle forme concrete della natura od in quelle architettoniche, l’eleganza dei contorni.

Tina Modotti – Roses, 1927

Tina Modotti – Telephone wires, 1925
In seguito, il crescente attivismo politico la portò sulla strada, tra quella gente messicana di cui si era innamorata, ed il suo sguardo, comunque sempre intriso di estetismo, viene sedotto dal reportage sociale.

Tina Modotti – Woman with black flag, 1928

Tina Modotti – Mother and child, Tehuantepec, 1929
Terminata la relazione con Weston, che ritornerà in California, si innamora del rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella, uomo di divina bellezza e fascino. La sua morte, avvenuta per mano di sicari del dittatore cubano Machado alla presenza di Tina, segnò per sempre l’esitenza della giovane fotografa, che non si riprenderà forse mai più.
Tina Modotti – Julio Antonio Mella, 1928
Ne segue l’abbandono della fotografia in favore dell’attività politica, e soprattutto l’unione con l’italiano Vittorio Vidali, membro del Komintern. E così si trasferisce dapprima a Mosca, poi partecipa insieme alle Brigate Internazionali alla guerra civile spagnola, quindi è a Parigi. La sua vita da esule assume tinte fosche, il partito comunista la isola, braccata dalla polizia fascista rientra in Messico ma nulla sarà come prima.

Tina Modotti – Mexican sombrero with hammer and sickle, 1927
Morirà in un taxi, apparentemente colta da arresto cardiaco, il 5 gennaio 1942. Le cause della sua morte rimangono comunque misteriose.
Dal 12 settembre la Galleria Comunale Ex Pescheria di Cesena ospiterà una sua personale.
Nei primi anni ‘30 del secolo scorso le grandi pianure americane del midwest furono colpite da una grave siccità. Il terreno, già stressato dalla mancata alternanza delle colture, si trasformò gradualmente in polvere, che il vento, una presenza costante in queste terre i cui cieli sono più grandi del nostro, cominciò a sollevare: fu l’inizio del cosiddetto Dust Bowl. Nell’arco temporale di circa un decennio si verificarono periodiche e devastanti tempeste di polvere, che costrinsero gli agricoltori ad emigrare con le loro famiglie, in massima parte verso la California, decimati dalla polmonite (la “dust pneumonia”) e dalla malnutrizione.
Oltre alle tempeste di polvere (comunque non nuove per quelle regioni) vi furono altre cause che alimentarono il fenomeno migratorio, in primis gli effetti della grande depressione. Gran parte dei cosiddetti Dust Bowl Refugee (detti anche Okies quando si tratta di migranti dall’Oklahoma) non tornarono alle loro abitazioni, determinando così uno spopolamento delle campagne che non venne mai più colmato.
Nel mio immaginario le tempeste di polvere e le desolate pianure del midwest sono legate indissolubilmente allo splendido “Dust Bowl Ballads” di Woody Guthrie. Si tratta di un album tematico, nel quale l’epopea degli Okies assume forma sonora e, con la lirica semplicità del linguaggio di Guthrie, si fa poesia.
La musica del mio cantastorie preferito non è l’unica manifestazione artistica ingenerata dal Dust Bowl: per quanto riguarda l’ambito letterario, come non citare “Furore” di John Steinbeck, che narra la vicenda di una famiglia costretta ad abbandonare l’Oklahoma ed a migrare in California.
Per la prima volta nella storia di queste terre, da sempre colpite da catastrofi ambientali come siccità e tempeste di polvere (sebbene di portata inferiore), si verificò l’intervento del governo federale a favore degli agricoltori, con il New Deal roosveltiano e con l’istituzione di una serie di enti dedicati al sostegno della popolazione. Tra questi il Farm Security Administration (FSA) assegnò ad un gruppo di fotografi l’incarico di documentare le difficilissime condizioni di vita degli agricoltori costretti ad abbandonare le loro terre: cito per tutti Dorothea Lange, le cui immagini sono forse le più celebri e rappresentative dell’epoca della Grande Depressione.
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Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936
Listening to: Johnny Cash – At Folsom Prison
Potrebbe essere definita un non-luogo da qualche artista concettuale amante delle parole composite. Per me si tratta invece di uno spazio con un vissuto denso e penso che ogni metropolitana abbia il proprio carattere inconfondibile: per esempio quella di New York è una vera topaia, soffitti bassi, intonaci grigi che cadono a pezzi, un’architettura assolutamente funzionale e quei cartellini dalle fantasiose abbreviazioni a segnalare le fermate, uno sguardo da falco per coglierli e non ritrovarsi nella zona più fecciosa del Bronx in un nonnulla. Quella di Parigi, piena di barboni dopo il tramonto, tossici in preda a crisi d’astinenza, alcolizzati che si pisciano addosso, e pochi metri sopra le case azzurro grigie e i tetti mansardati e i marciapiedi acciottolati… ma forse è passato troppo tempo ed ora non è più così.
Quella di Londra, la cui mappa ha fatto la storia delle mappe, con le sue stazioni intarsiate nelle facciate dei palazzi e le lunghe scale mobili in cui è necessario tenere la destra se non si desidera essere falciati da qualche uomo d’affari incazzato. Il caldo torrido della Victoria Line. Quella di Milano, ferma agli anni ‘70 che ti aspetti di vedere uscire il commissario Monnezza da dietro l’angolo. Quella di Shangai, di cui non ricordo nulla se non i cartelli che recitavano No spitting, e che quindi doveva essere anonima come gran parte delle nuove città cinesi. E poi ci sono i vagoni, quelli che sballonzolano, quelli straboccanti di umanità odorosa, quelli vuoti con i sedili costellati di malinconici resti dell’ora di punta, giornali, cartacce. Quanto mi piace guardare la gente, ogni volto una storia diversa che mi è dato solo immaginare. E’ come se la metropolitana fosse lo specchio della società, nonchè croce e delizia dei membri della stessa.

E di tale specchio Marco Pesaresi eseguì un convincente ritratto nel suo lavoro fotografico Underground: Berlino, Calcutta, Londra, Madrid, Città del Messico, Parigi, Milano, Mosca, New York e Tokyo, queste le grandi città delle quali il fotografo riminese scelse di esplorare i sotterranei. Con uno sguardo che deve tanto ad un Cartier Bresson che di molti è stato il maestro, alterna immagini di inattesa ironia ad altre in cui ritrae l’emarginazione di coloro che i sotterranei li vivono, e non come luogo di passaggio. Tossici, ragazzi di strada, coppie di adolescenti che si baciano, signori distinti, donne di mezza età che paiono nel mezzo di una gita sociale, la noia dell’attesa, i cartelloni pubblicitari. Questa umanità che corre, che attende, che semplicemente sta. E che volge al fotografo uno sguardo indifferente, così come di divertita malizia, o semplicemente lo manda affanculo.

Listening to: The Byrds – Fifth dimension
Anne Brigman è nata nel 1869. Non avendo la possibilità di reperire con facilità modelle che posassero nude per lei, sovente fotografa se stessa, immersa nella lussureggiante natura californiana, il corpo umano che diviene parte dell’energia vibrante di un ambiente incontaminato. E’ tra i membri fondatori del gruppo Photo-Secession di Stieglitz, nonché una delle poche donne a farne parte. La carica rivoluzionaria che le sue immagini hanno rivestito all’epoca è ora difficile da immaginare. Adoro questa donna.

The Soul Of The Blasted Pine (1907)

The Dryad (1906)

Invictus (1926)
Listening to: the pulpit. slow records #001