Mes nuits

September 3, 2007

Enduring love

Filed under: letteratura — maud @ 11:59 pm

Questa lunga estate sedentaria mi ha vista viaggiare tra le pagine di un numero piuttosto consistente di libri, quantomeno per i ritmi da me acquisiti dal giorno funesto ed ormai lontano in cui il lavoro mi ha privata dei pieni diritti di padronanza sul mio tempo. Tra le esplorazioni letterarie in cui mi sono avventurata ho scovato, con piacevolissima sorpresa, il romanzo di un autore che già conoscevo e che, oserei dire, in passato non aveva stravolto più di tanto la mia esistenza. Oddio, nemmeno questa volta, ma tant’è, per alcuni giorni sono stata rapita dalla vicenda da lui narrata. L’autore è Ian McEwan, il testo suddetto porta il titolo di “L’amore fatale”, fastidiosa traduzione italiana (forse con echi bulgakoviani) di “Enduring love”. Il protagonista di questo romanzo, narrato in prima persona, descrive se stesso e le situazioni paradossali che lo assillano con i toni ironici propri della letteratura di stampo ebraico da me prediletta, sebbene l’autore ebreo non sia e risieda in terra d’Albione. Un episodio drammatico, descritto con lentezza volutamente snervante, apre il romanzo andando a rappresentare lo spartiacque tra la vita tranquilla del protagonista, con le relative frustrazioni del caso ma riscaldata dal calore di una relazione sentimentale appagante, ed il delirio degli eventi successivi. Laureato in fisica (ma toh!), una carriera accademica fallita alle spalle, il nostro è un divulgatore scientifico free-lance, temporaneamente alle prese con il ritorno in auge, all’interno della comunità scientifica, della teoria evoluzionistica. E la sua mente razionalizzatrice si troverà ad affrontare analiticamente un concatenarsi di eventi che razionali non paiono, e che corrono piuttosto lungo il sottile confine tra la paranoia ed il realismo.
Esemplare la descrizione di una giornata trascorsa in solitudine, la mente affollata di pensieri, tesa nello sforzo disperato di mantenersi impegnata con il lavoro, al fine di non lasciare strada libera a pensieri ossessivi. Unico risultato ottenuto, l’allontanamento dell’ansia dal problema effettivo in favore di antiche paranoie, che parevano oramai superate. Ed il ritorno a casa della compagna, stanca e stressata, che verrà sommersa da un fiume di parole sconnesso. Attonita ed esausta, sarà costretta a sopportare il ripescaggio delle paranoie di cui sopra, e solo in minima parte l’esposizione degli eventi inquietanti causa dell’ansia stessa, ma ormai poco credibili.

Listening to: Joao Gilberto – Live in Montreux

August 10, 2007

Dust Bowl

Filed under: fotografia, letteratura, musica — maud @ 2:47 pm

Nei primi anni ‘30 del secolo scorso le grandi pianure americane del midwest furono colpite da una grave siccità. Il terreno, già stressato dalla mancata alternanza delle colture, si trasformò gradualmente in polvere, che il vento, una presenza costante in queste terre i cui cieli sono più grandi del nostro, cominciò a sollevare: fu l’inizio del cosiddetto Dust Bowl. Nell’arco temporale di circa un decennio si verificarono periodiche e devastanti tempeste di polvere, che costrinsero gli agricoltori ad emigrare con le loro famiglie, in massima parte verso la California, decimati dalla polmonite (la “dust pneumonia”) e dalla malnutrizione.
Oltre alle tempeste di polvere (comunque non nuove per quelle regioni) vi furono altre cause che alimentarono il fenomeno migratorio, in primis gli effetti della grande depressione. Gran parte dei cosiddetti Dust Bowl Refugee (detti anche Okies quando si tratta di migranti dall’Oklahoma) non tornarono alle loro abitazioni, determinando così uno spopolamento delle campagne che non venne mai più colmato.
Nel mio immaginario le tempeste di polvere e le desolate pianure del midwest sono legate indissolubilmente allo splendido “Dust Bowl Ballads” di Woody Guthrie. Si tratta di un album tematico, nel quale l’epopea degli Okies assume forma sonora e, con la lirica semplicità del linguaggio di Guthrie, si fa poesia.
La musica del mio cantastorie preferito non è l’unica manifestazione artistica ingenerata dal Dust Bowl: per quanto riguarda l’ambito letterario, come non citare “Furore” di John Steinbeck, che narra la vicenda di una famiglia costretta ad abbandonare l’Oklahoma ed a migrare in California.
Per la prima volta nella storia di queste terre, da sempre colpite da catastrofi ambientali come siccità e tempeste di polvere (sebbene di portata inferiore), si verificò l’intervento del governo federale a favore degli agricoltori, con il New Deal roosveltiano e con l’istituzione di una serie di enti dedicati al sostegno della popolazione. Tra questi il Farm Security Administration (FSA) assegnò ad un gruppo di fotografi l’incarico di documentare le difficilissime condizioni di vita degli agricoltori costretti ad abbandonare le loro terre: cito per tutti Dorothea Lange, le cui immagini sono forse le più celebri e rappresentative dell’epoca della Grande Depressione.

Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936

Listening to: Johnny Cash – At Folsom Prison

July 3, 2007

Frammenti di un discorso amoroso

Filed under: letteratura — maud @ 10:59 am

Di Roland Barthes lessi La camera chiara, notissimo saggio in materia fotografica citato in ogni dove, che mi lasciò piuttosto indifferente. Si tratta di una raccolta di riflessioni molto personali riguardo il senso della fotografia, che egli fondamentalmente paragona alla morte… non scendo in dettagli ma è facile presumere il perchè tale lettura non mi abbia entusiasmato in maniera particolare.

Qualche anno a seguire, ovvero poche settimane fa, concessi al filosofo/semiotico francese una seconda possibilità, con questo testo che ora campeggia sul mio comodino da alcuni giorni, e che insieme all’onnipresente musica mi è compagno in un viaggio intrapreso mio malgrado, quello stesso viaggio che mi sta portando a contatto ravvicinatissimo con le mie emozioni, quel viaggio che forse questa volta può aiutarmi davvero, o magari anche no. Ogni giorno, ogni cazzo di malefico giorno, è da me medesima vissuto con un’intensità emozionale che mi stordisce, che per qualche misteriosa ragione (masochismo?) vado ad alimentare con ogni sorta di stratagemma, primo fra tutti, prediletto da sempre, la musica. Quasi si fosse preso la briga di formalizzare le mie pietose condizioni, i frammenti che Barthes delinea sono minuti ritratti (potrei forse azzardare, fotografie) di quelle che lui definisce Immagini, ognuna un sentire, un solitario monologo interiore, una diversa circostanza dell’innamoramento. Perchè cos’altro può essere il discorso amoroso se non un egoista soliloquio, riconducibile all’insieme delle parti del proprio immaginario, e quindi scisso dalla realtà, quanto di più vicino alla follia una mente ‘normale’ possa vivere. Tale raccolta di immagini è organizzata per brevi capitoli, in testa ad ognuno dei quali campeggia un termine e la sua relativa definizione. Come in un dizionario, l’ordine è alfabetico, poiché, spiega Barthes, nella casualità si può comunque riuscire a trovare un senso o dei nessi, nell’ordine alfabetico no. Il testo è costituito in parte da citazioni, dal Werther di Goethe, al mio amato Proust, passando per Nietzsche e Platone, in parte da riflessioni ed aneddoti propri dell’autore medesimo (che ho il fondato sospetto fosse gay, peraltro). Splendido il capitolo dedicato ai contatti fisici fugaci e silenti, come di un ginocchio che si sfiora per caso: egli definisce tale esperienza, ed in generale l’esperienza amorosa nel suo insieme, come massima espressione del ’senso’ e minima del ‘sensuale’. Il senso inteso come significato, perchè qualsiasi contatto casuale con il soggetto del proprio innamoramento è caricato di ogni genere di significati: ciò che si cerca spasmodicamente e che può risultare appagante o meno non è il contatto in sé, ma il senso che si pensa l’altro abbia potuto attribuire al contatto stesso.

Vabbè, non si sarà capito una mazza di quello che ho scritto, ma mi si perdoni la pesantezza perché di argomento dall’enorme peso specifico trattasi.

Listening to: Songs: Ohia – Axxess and ace

June 25, 2007

My funny Valentine

Filed under: letteratura, musica — maud @ 5:15 pm

Ai tempi della mia sfigata adolescenza mi crogiolavo in questa immagine dell’albatross di Baudelaire, il quale faceva sembrare più accettabile la mia assoluta mancanza di destrezza nell’ars vivendi, con quel suo prospettarmi eventuali e non meglio definite attitudini poetiche, come se uno non potesse essere impedito e basta. Orbene, se acquisire la consapevolezza che potevo essere imbranata senza necessariamente possedere le doti dell’artista non fu piacevole, mi è oggi abbastanza chiaro che molti degli artisti che ho amato erano, nelle faccende quotidiane, delle vere merde di esseri umani, altro che goffi pennuti. Leggere le lettere che lo stesso Baudelaire inviava alla madre fu per me decisamente traumatico, ne traspariva un omarello meschino, sempre dedito alla questua di soldi, lamentoso.

Uno spunto di riflessione, sebbene decisamente meno amareggiante, mi è stato donato anche dalla lettura delle splendide poesie d’amore di Apollinaire. Parole meravigliose che raccontano il desiderio fisico e spirituale nei confronti dell’adorata Lou. Peccato che, di punto in bianco, la protagonista divenga un’altra, senza che ciò vada ad alterare l’ardore delle composizioni. L’impeto amoroso come gesto solitario. Masturbazione mentale forse rende maggiormente l’idea.

E che dire di tutti gli alcolizzati ed i tossicomani… subito mi sovviene Chet Baker, assumibile come rappresentante di tutte le categorie possibili di artista stronzo. Anche prima di entrare nel delirio delle droghe era già un personaggio poco raccomandabile, violento, bugiardo. Con quella faccia da bambino ha maltrattato un numero considerevole di donne, di una di queste ha sperperato il patrimonio (e peraltro lei si trattava di persona di grande acume intellettuale, non la prima squinzia rimorchiata per strada), per arrivare alle violenze quotidiane perpetrate ai danni dell’ultima, che pure si è innamorata di lui quando era già vecchio e derelitto, e ci voleva del coraggio. Ho l’immagine di lui, chiuso nel cesso di una stazione di servizio, che cerca di iniettarsi la dose ma ormai le sue vene sono completamente andate, come copertoni rappezzati. Eppure a questa si sovrappone quella della sua musica, lui il mio primo amore jazzistico.

May 29, 2007

Be rigid, be cool!

Filed under: letteratura, musica — maud @ 8:27 pm

E così c’è questa canzone di Tom Waits dal titolo Shiver Me Timbers, ove viene citato Martin Eden… anche se non troppo a proposito, se vogliamo parlar chiaro. And I know Martin Eden’s gonna be proud of me, ma io non so, dubito fortemente che Martin Eden potesse essere orgoglioso di alcuno. Perché l’omonimo capolavoro di Jack London altro non è se non il romanzo della disillusione, la visualizzazione letteraria dello sgretolarsi progressivo ed inesorabile di un sogno, di uno di quei simpatici e complicati mondi che possono prendere forma nell’immaginazione di un essere romantico, od idealista, o segaiolo mentale, che dir si voglia.

Bene, questo mondo va progressivamente in frantumi mano a mano che Martin acquisisce quella qualità, quella malefica qualità, proprio quella che dovrebbe essere garanzia di maggiore stabilità emotiva, ovvero la consapevolezza. Ed è tale lucidità intellettuale, ottenuta unendo due aspetti apparentemente antitetici della sua esistenza, ovvero la cultura sottoproletaria del marinaio analfabeta che ha girato il mondo e quella borghese dello studioso autodidatta, che gli svela inesorabilmente la crudezza della realtà.

Per quanto mi riguarda, leggere della lenta distruzione di questo universo di illusioni ha significato dapprima vivere di amore romantico, immersa nelle passioni di Martin, tra i suoi caleidoscopici interessi, e lasciarmi trascinare dal gusto tutto americano di questa avventura robinsoniana di self-made man che riesce ad emergere grazie alle sue doti umane ed intellettuali. Ed è così che Martin scopre la poesia, la letteratura, l’amore. Ma poi la narrazione comincia progressivamente a virare, ed il sipario si schiude non solo davanti agli occhi del protagonista, ma anche a quelli del lettore, che viene così accompagnato fino alla tragica conclusione.

 

So, be rigid, be cool! But if you can’t, be strong, or you’ll be fuck’d up.

 

Listening to: Tom Waits – The Heart of Saturday Night

March 27, 2007

A proposito di klezmer

Filed under: letteratura, musica, travel — maud @ 10:38 pm

Sabato gran bel concerto degli A hawk and a hacksaw al Bronson, melodie balcaniche dal New Mexico. Dal New Mexico ?! Bisogna essere dei geni anche solo per pensarli, dei suoni così, nel New Mexico. No, perché io m’immagino terre desertiche battute dal sole, strade polverose percorse da Cadillac scassate, chiesette bianche in stile messicano e desolati distributori di benzina tipo Baghdad Cafè, altrochè! Ed invece mi trovo davanti questo tipo con la sua fisarmonica ed una specie di colbacco munito di campanellini, sono traumi da cui non ci si riprende facilmente… Comunque sia, ogniqualvolta mi avvicino a qualcosa che ha a che vedere con il klezmer, indi con la cultura ebraica, è come se stessi ancora camminando per le strade di Williamsburg… e mi risuona nelle orecchie la domanda – “Are you jewish?” – tante volte udita in quei pochi giorni dagli ebrei ortodossi in cerca di adepti, e sento il profumo dei bagel con il burro a colazione (e quei semi di papavero!)… vedo poi gli omini scuri, con il cappellaccio nero e i riccioli ai lati del volto, che attendono l’autobus davanti all’uscita di servizio di B&H Photo (il più grande negozio di fotografia di New York, gestito evidentemente da ebrei, una specie di fabbrica del cioccolato di Willy Wonka con tanti carrellini sopraelevati pieni di bendiddio fotografico), ed il club dove ho visto suonare per la prima volta Marc Ribot mangiando humus e pita…

Penso a “Danny l’eletto” di Chaim Potok che proprio a Williamsburg si svolge e che è riuscito persino a regalarmi un po’ di comprensione nei confronti dei sionisti…

E poi c’è Berlino, il ghetto, il ristorante “da Beth” davanti al quale ci hanno perquisiti perché per loro erano e restano tempi di guerra, i falafel…

Il menù kasher di quell’ultimo dell’anno a casa mia con la Tita e la Vale che sfornavano ottimi bagel e la mia pita che invece aveva l’aspetto e la consistenza di un frisbee…

E che dire di Saul Bellow, emblema dell’ebreo esaurito e nevrotico, i suoi personaggi sono dei vulcani emotivi in perenne eruzione, vuoi raffinati intellettuali cittadini come Herzog, vuoi esseri dall’animalesca energia vitale alla stregua di Henderson… Potrei dire che la prossima volta mi piacerebbe nascere ebrea, ma a ben pensarci esaurita lo sono già.

(la foto del concerto è di kekko!) 

February 22, 2007

Se mi prenderete ed io non vi scapperò

Filed under: letteratura — maud @ 9:16 pm

E quindi mi capita tra le mani questo libro, “L’età di mezzo” di Joyce Carol Oates, che ho regalato a mia madre anni fa. Trattavasi di classico regalo con ritorno, essendo venuta a conoscenza secoli prima (ai tempi dell’università, sigh…) di come la scrittrice suddetta fosse considerata autore di culto negli Stati Uniti nonostante sia misconosciuta altrove. Carpito dalla libreria materna ha stalleggiato nel settore tileggeròmanonora della mia per un tempo non meglio definibile, fino ad oggi. Un primo capitolo caratterizzato dall’incalzante ritmo musicale, presto arenatosi sulle sofferenze esistenziali proprie di un gruppo di donne e uomini di mezz’età residenti in un ricco sobborgo alle porte di New York. Immediatamente è scattato il quesito “Ma sarà tutto così?” poiché circostanze ed età anagrafica dei personaggi mi parevano assai distanti dal mio vissuto, e l’empatia tra noi stentava ad instaurarsi. Si trattava solo di pazientare, perché l’empatia è giunta, ed a livelli paragonabili a quelli che ho provato ogni qualvolta mi sono immersa nei meandri della Recherche di Proust, i caratteri così ben definiti e verosimili da farne figure reali più che letterarie, come un gruppo di vecchi amici ormai lontani ma che vivono nel ricordo, se pure la frequentazione non è più possibile. Scopro così con orrore, e simpatia, che le paranoie di questi tizi non sono poi tanto dissimili dalle mie, ennesima conferma dell’ormai irrefutabile convinzione che il trascorrere degli anni non porti saggezza, e che tra dieci, vent’anni, mi troverò nel medesimo pantano. Nella stessa maniera però ho trovato conferma ad una seconda riflessione che di questi tempi si va facendo strada nella mia zucca affollata: le risorse dell’animo umano sono infinite e possono risollevarci dalla desolazione più completa. L’intervento del caso resta di fondamentale importanza, ma solo se trova terreno fertile nella predisposizione interiore del singolo. Comunque, per tagliare corto questo sproloquio, è un gran bel libro. Ecco.

Ora sto leggendo “Il re della pioggia” di Saul Bellow, sorprendentemente diverso (quasi beat, direi) rispetto allo splendido “Herzog”.

Per la cronaca, sabato notte ho consultato l’I-ching, e vuoi per il mio tasso alcolico, vuoi perché forse il poveretto non aveva nulla di più articolato da pronosticarmi, mi ha spiattellato in faccia l’esagramma del Creativo. Chi si intende di I-ching saprà che dovrei saltellare euforica e gioiosa. Invece io mi chiedo se quel libro mi stia prendendo per il culo. Detto con grande finezza.

Listening to: White Magic – Plain Gold Ring

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