Questa lunga estate sedentaria mi ha vista viaggiare tra le pagine di un numero piuttosto consistente di libri, quantomeno per i ritmi da me acquisiti dal giorno funesto ed ormai lontano in cui il lavoro mi ha privata dei pieni diritti di padronanza sul mio tempo. Tra le esplorazioni letterarie in cui mi sono avventurata ho scovato, con piacevolissima sorpresa, il romanzo di un autore che già conoscevo e che, oserei dire, in passato non aveva stravolto più di tanto la mia esistenza. Oddio, nemmeno questa volta, ma tant’è, per alcuni giorni sono stata rapita dalla vicenda da lui narrata. L’autore è Ian McEwan, il testo suddetto porta il titolo di “L’amore fatale”, fastidiosa traduzione italiana (forse con echi bulgakoviani) di “Enduring love”. Il protagonista di questo romanzo, narrato in prima persona, descrive se stesso e le situazioni paradossali che lo assillano con i toni ironici propri della letteratura di stampo ebraico da me prediletta, sebbene l’autore ebreo non sia e risieda in terra d’Albione. Un episodio drammatico, descritto con lentezza volutamente snervante, apre il romanzo andando a rappresentare lo spartiacque tra la vita tranquilla del protagonista, con le relative frustrazioni del caso ma riscaldata dal calore di una relazione sentimentale appagante, ed il delirio degli eventi successivi. Laureato in fisica (ma toh!), una carriera accademica fallita alle spalle, il nostro è un divulgatore scientifico free-lance, temporaneamente alle prese con il ritorno in auge, all’interno della comunità scientifica, della teoria evoluzionistica. E la sua mente razionalizzatrice si troverà ad affrontare analiticamente un concatenarsi di eventi che razionali non paiono, e che corrono piuttosto lungo il sottile confine tra la paranoia ed il realismo.
Esemplare la descrizione di una giornata trascorsa in solitudine, la mente affollata di pensieri, tesa nello sforzo disperato di mantenersi impegnata con il lavoro, al fine di non lasciare strada libera a pensieri ossessivi. Unico risultato ottenuto, l’allontanamento dell’ansia dal problema effettivo in favore di antiche paranoie, che parevano oramai superate. Ed il ritorno a casa della compagna, stanca e stressata, che verrà sommersa da un fiume di parole sconnesso. Attonita ed esausta, sarà costretta a sopportare il ripescaggio delle paranoie di cui sopra, e solo in minima parte l’esposizione degli eventi inquietanti causa dell’ansia stessa, ma ormai poco credibili.
Listening to: Joao Gilberto – Live in Montreux
Nei primi anni ‘30 del secolo scorso le grandi pianure americane del midwest furono colpite da una grave siccità. Il terreno, già stressato dalla mancata alternanza delle colture, si trasformò gradualmente in polvere, che il vento, una presenza costante in queste terre i cui cieli sono più grandi del nostro, cominciò a sollevare: fu l’inizio del cosiddetto 
Ai tempi della mia sfigata adolescenza mi crogiolavo in questa immagine dell’albatross di Baudelaire, il quale faceva sembrare più accettabile la mia assoluta mancanza di destrezza nell’ars vivendi, con quel suo prospettarmi eventuali e non meglio definite attitudini poetiche, come se uno non potesse essere impedito e basta. Orbene, se acquisire la consapevolezza che potevo essere imbranata senza necessariamente possedere le doti dell’artista non fu piacevole, mi è oggi abbastanza chiaro che molti degli artisti che ho amato erano, nelle faccende quotidiane, delle vere merde di esseri umani, altro che goffi pennuti. Leggere le lettere che lo stesso Baudelaire inviava alla madre fu per me decisamente traumatico, ne traspariva un omarello meschino, sempre dedito alla questua di soldi, lamentoso.
Sabato gran bel concerto degli A hawk and a hacksaw al Bronson, melodie balcaniche dal New Mexico. Dal New Mexico ?! Bisogna essere dei geni anche solo per pensarli, dei suoni così, nel New Mexico. No, perché io m’immagino terre desertiche battute dal sole, strade polverose percorse da Cadillac scassate, chiesette bianche in stile messicano e desolati distributori di benzina tipo Baghdad Cafè, altrochè! Ed invece mi trovo davanti questo tipo con la sua fisarmonica ed una specie di colbacco munito di campanellini, sono traumi da cui non ci si riprende facilmente… Comunque sia, ogniqualvolta mi avvicino a qualcosa che ha a che vedere con il klezmer, indi con la cultura ebraica, è come se stessi ancora camminando per le strade di Williamsburg…
e mi risuona nelle orecchie la domanda – “Are you jewish?” – tante volte udita in quei pochi giorni dagli ebrei ortodossi in cerca di adepti, e sento il profumo dei bagel con il burro a colazione (e quei semi di papavero!)…
vedo poi gli omini scuri, con il cappellaccio nero e i riccioli ai lati del volto, che attendono l’autobus davanti all’uscita di servizio di B&H Photo (il più grande negozio di fotografia di New York, gestito evidentemente da ebrei, una specie di fabbrica del cioccolato di Willy Wonka con tanti carrellini sopraelevati pieni di bendiddio fotografico), ed il club dove ho visto suonare per la prima volta Marc Ribot mangiando humus e pita…
E quindi mi capita tra le mani questo libro, “L’età di mezzo” di Joyce Carol Oates, che ho regalato a mia madre anni fa. Trattavasi di classico regalo con ritorno, essendo venuta a conoscenza secoli prima (ai tempi dell’università, sigh…) di come la scrittrice suddetta fosse considerata autore di culto negli Stati Uniti nonostante sia misconosciuta altrove. Carpito dalla libreria materna ha stalleggiato nel settore tileggeròmanonora della mia per un tempo non meglio definibile, fino ad oggi. Un primo capitolo caratterizzato dall’incalzante ritmo musicale,



