Mes nuits

July 24, 2009

L’amore ai tempi delle febbre suina

Filed under: London — maud @ 11:17 pm

Soho

Soho - March 2009

Ed è così che ci hanno tolto anche la poesia, che cos’è l’amore di questi tempi, quando si incontrano in metropolitana ragazzetti quidicenni turisti con la mascherina anti-microbi e lo sguardo fisso all’orizzonte di chi, pronto a sopravvivere all’epidemia, ha oramai visto tutto. E nemmeno hanno mai provato l’ebbrezza di quei treni e dell’alito del vicino che sa di aglio alle 8 del mattino.

Cosa sanno loro dell’amore in questi tempi di recessione? Cosa sanno di quella Spagna lontana una settimana, ma che sarà lontanissima a breve, cosa ne sanno? E ben venga che la mascherina ci proteggerà dal loro sonoro sproloquio, quantomeno.

Quello che io so è che continuo a preferire Blood on the tracks a Blonde on blonde, io blasfema. Quello che io so è che non mi piace, per nulla, la figlia di Richard Thompson. Quello che so è che mi piace, nonostante la figlia, Richard Thompson. Quello che so è che questa eterna primavera è pesante. Pesantissima talvolta, come l’asfalto, insaziabile. E mi si venga a dire che Blonde on blonde è meglio, è il capolavoro. Me ne sbatto. Ai tempi della febbre suina tutto è concesso, anche questo.

Listening to Bob Dylan – Blood on the tracks

January 26, 2009

Please don’t forget your sweetheart

Filed under: London — maud @ 11:09 pm

Finsbury Park tube station – October 2008

In questa città non è possibile prescindere dalle molteplici e quantomeno eterogenee esperienze che si vivono sui trasporti pubblici. La metropolitana è un carosello di variegata umanità che sempre mi sorprende. C’è quel tizio che incontro la mattina, mezza età, i capelli tinti e la messa in piega, giacca a vento blu, cravatta. E la ragazza col giacchetto nero peloso, stivali sadomaso, capelli neri da Morticia, rossetto scarlatto. L’ubriaco in completo da lavoro, stringe la borsa del portatile e alita birra a distanze insospettabili. Le lattine di Red Bull,  e quelle di birra che rotolano sul pavimento la sera tardi. E i due uomini che si baciavano a Caledonian Road, la tenerezza di un saluto che, scorrendo veloce nel riquadro del finestrino, un poco mi ha spezzato il cuore. L’uomo più strano del mondo che ho rivisto in una libreria a Piccadilly. La donna più strana del mondo che con lui condivide la foggia degli orecchini. Forse si piacerebbero. Le ragazzotte con la borsetta spigolosa che ti piantano nelle costole e le lanceresti dal treno in corsa (ragazzotte e borsetta annessa). Le calze rotte ed i tacchi vertiginosi delle ubriache la sera, le loro urla sguaiate. I tipi che fanno le flessioni sui tubi, ma che fatica inutile. Quello che balla il tip tap. I turisti rincoglioniti. La gente coi valigioni, o che trascinano cinque bambini al di sotto dei 6 anni. L’alito di aglio alla mattina. Quando ti viene da piangere e cazzo decidi che non puoi resistere e avverti, improvvisamente, incredibilmente, che i tuoi vicini ti lanciano occhiate comprensive, che intorno a te non è il deserto. E i tipi che cercano di salire al volo e rimangono schiacciati dalle porte, maccheccazzo la piccadilly passa ogni minuto! E la vecchietta che ha messo avanti un braccio, le porte si sono chiuse ed il treno le ha portato via la sportina della spesa, e quello che in quel modo ci stava lasciando un portatile. Tante, tante immagini che vorrei fotografare e non posso.
Qualche tempo fa si andava con dei colleghi ad Olympia ad una riunione di lavoro, e dovete sapere che la linea tra Earls Court e codesta Olympia è una delle più sfigate di Londra, passa un treno ogni duecento anni. Ecco, succede che dopo un’attesa interminabile il suddetto arriva, saliamo, e l’autista ricorda ripetute volte che il convoglio si recherà ad Olympia, che c’è una sola fermata, che è un capolinea. Partiamo. A pochi minuti dalla destinazione l’autista riattacca ‘Stiamo arrivando ad Olympia, la prossima fermata è Olympia’ poi improvvisamente comincia a dire le stesse cose cantando (!?) ed alterna gli annunci d’ordinanza a frasi tipo ‘Non lasciate nulla sul treno, ricordatevi i vostri portatili, i vostri bagagli, le persone a voi care, i vostri amici, il vostro amato, e se siete soli non temete, troverete qualcuno anche voi. E non preoccupatevi per me, questo è il capolinea e tra poco tornerò a casa’, e così a seguire con una serie di trovate che hanno lasciato esterrefatto un intero treno. In stazione vediamo questo autista, è un signore coi capelli bianchi, il sorriso dolce, una ragazza lo ringrazia perché per la prima volta, e proprio in una giornata tanto grigia e deprimente, si è guardata intorno scendendo dal vagone e tutti intorno a lei sorridevano. E con loro anch’io.

Listening to: Green on Red – this time around: too much fun

December 20, 2008

Perché di metropoli si tratta, parrebbe.

Filed under: London, musica — maud @ 3:30 pm

Southbank – December 2008

In questa città che un po’ si odia ed un po’ si ama, che ci si illude di avere compreso per poi rendersi conto che nemmeno si è mai stati a Peckham, che ti svuota e ti maltratta, che ti si para davanti coi cieli tra i più blu che tu abbia mai visto per poi tradirti con un improvviso quanto inaspettato grigiume e quella roba che chiamano drizzle (se gli eschimesi hanno decine di parole per descrivere la neve qua non poteva mancare un termine a definizione di quella odiosa cosa che pare ti spruzzino in faccia acqua gelida con un vaporizzatore), in questa città dall’ampissima gamma umana, che sempre ti sorprende, non si può negare che ci viene proprio un sacco di brava gente a suonare.
Nelle ultime settimane il rush natalizio è stato fonte di grandi occasioni che hanno messo letteralmente alla prova la mia resistenza fisica. Per iniziare dai Lambchop alla mia amata Union Chapel, due giorni prima delle presidenziali americane ed un’atmosfera di tesa aspettativa. E Kurt Wagner che ho adorato.
Poi Sam Amidon e Jolie Holland ancora in una chiesa, la St James Church, quantomai anomala parentesi spirituale nel bel mezzo del regno del capitalismo di stampo piccadilliano. Lui ragazzino folle, lei che ha perso un poco il suo stile jazzy ma è pur sempre assai gradito ascolto.
E poi Alasdair Roberts, ancora, e James Yorkstone al Luminare di Kilburn, due cantastorie sul palco del locale più piccolo in cui mai sia stata, ed un pubblico silenzioso e gentile.
Ed infine la festa di Natale dell’End Of The Road al Cargo, tutti troppo ubriachi, tutti troppi ciarloni, l’alcool scorreva copioso nelle vene di molti e persino della band di punta, ovvero i Broken Family Band che avrebbero dovuto allietarmi ed invece mi hanno smaronata. Andate al pub e restateci.
In questa città oggi mi pervade l’ottimismo, domani chissà.

Listening to: Folk Off!

September 3, 2008

That’s it

Filed under: London — maud @ 9:17 pm

Rough Trade East – Febbraio 2008

A poco più di venti giorni dall’anniversario della mia venuta in terra d’Albione, mi trovo a tirare le somme della mia esperienza ad oggi:

Incomprensioni linguistiche

Quelle perdurano, sebbene notevolmente attenuate. Di tanto in tanto mi chiedo se forse non ne avverto più il peso poichè oramai sono abituata. E mi sorprendo a rispondere con un sorriso beota ad una frase in italiano che non ho capito, il che è grave assai. E’ stato assai illuminante uno dei primi meeting a cui ho partecipato, mesi fa, senza compiere sforzi disumani, semplicemente collassata sulla mia sedia come ai vecchi tempi. Questi sono risultati. Ma davvero.
Altri illuminanti segni sono il comprendere con facilità i testi delle canzoni (non sempre, ammetto), nonché le conversazioni colte per caso, tra persone ignote per la strada. Riconoscere gli accenti (del tipo: oh, tu sei un inglese del nord, tu sei scozzese, e tu americano).
Parrebbe che io scriva in inglese decentemente, e suppongo ciò sia dovuto al fatto che leggo assai e conosco molte parole sebbene non sappia come pronunciarle.
L’altro lato della medaglia è che sto dimenticando l’italiano, per quanto possa sembrare impossibile. Dopo una lunga serata trascorsa conversando in inglese mi sono trovata a scambiare poche parole alla fermata dell’autobus notturno con alcuni ragazzi italiani e parevo una deficiente.

Vita casalinga

Ok, un mio coinquilino lascia la merda nel water e le posate sono sempre incrostate di formaggio. Ma ho trovato una serie di strategie che mi permettono di vivere dignitosamente, la mia stanza è pressoché sontuosa, e l’odore fetido della moquette resta fuori perché ho il pavimento di legno. Legno ottocentesco (e si vede) ma questo mi dona un’aura bohemien e quindi non mi lamento (non di continuo, almeno).
La moquette… non che io la detesti, sono cresciuta in una casa con la moquette… il problema è che erano gli anni settanta, e che la medesima era pulita con una certa frequenza. Trasferite il tutto in una casa abitata da pseudo-universitari e potrete capirmi.

Il lavoro

E’ senza dubbio l’impiego più stimolante che abbia mai trovato. Essere donna non è un handicap (e ciò ha del miracoloso) e la gente si premura di dirti ‘Brava’ se hai fatto qualcosa nel verso giusto. Aggiungiamo colleghi giovani e di ogni nazionalità, nonché molto simpatici. Non posso lamentarmi.

L’alcool

Convinta di essere una buona bevitrice, mi rendo conto di quanto io sia poco più di una pivella. Prima regola, non cercare di stare al passo. Ciò che davvero ti fotte è il maldestro tentativo di bere ad ogni round. Questo significa, anche per una consumata come io sono, trovarsi mezza pinta davanti ed un’altra piena a lato. Sei pinte in tre ore. A stomaco vuoto. Vabbè che la bitter è leggera, ma davvero non ce la posso fare. Detto da una tizia che or ora sta sorseggiando whiskey (ribadisco, non avrei dovuto comprare quella dannata bottiglia).

Il cibo

Sono considerata dai più un’ottima cuoca sebbene sia assolutamente pessima. Questo in quanto il solo fatto di cucinare assume connotazioni a dir poco magiche perché in media nessuno è in grado di farlo. E la cucina italiana è obiettivamente la migliore del mondo, a mio parere anche meglio di quella francese per quanto ne predilica i formaggi. Quindi un semplice piatto di pasta cucinato con tutti i crismi pare manna di dio, ed anche il solo conversare riguardo il cibo, quella cultura alimentare che noi italiani ci portiamo inconsapevolmente dietro a mo’ di zainetto, pare ci doni un aura fascinosa, quasi come se si parlasse correntemente latino.

Escursioni fuori porta

Per questioni lavorative mi capita di tanto in tanto (con una certa allarmante frequenza negli ultimi tempi) di recarmi nel nord dell’Inghilterra. Al nord io sono una strafiga. Mi chiedo le ragioni del mio sfrenato quanto inutile successo: presumibilmente è dovuto alle mie fattezze esotiche, trattandosi quella di terra ancora relativamente scevra da contaminazioni estere. Una seconda ragione si può trovare nel fatto che senza dubbio, di natura, tendenzialmente i nordici inglesi sono più affabili. Mah.

La musica

E’ la mia salvezza, come sempre. Solo che da queste parti trasuda da ogni dove.

That’s it, so far.

September 1, 2008

Saudade and whiskey

Filed under: London — maud @ 8:02 pm

Sono seduta sul davanzale, piedi ben saldi sul tetto della bow-window, due giovani vicine schiamazzano. Stanno litigando? Il traffico in strada è intenso, l’unica parola che comprendo è ‘fuck’. Probabilmente litigano.
Passa una ragazzina trasportando una valigia sormontata da un orso gigantesco di peluche.
Scorgo il pazzo del vicinato, passo baldanzoso come sempre, giacca di pelle, presto chiederà una sigaretta a qualcuno o si soffermerà ad imprecare. Crespi capelli bianchi.
Giunge alle mie orecchie un lontano Joao Gilberto. Saudade è ciò che provo, forse non avrei dovuto acquistare il whiskey, no, non l’avrei dovuto acquistare di certo. Quando ho afferrato la bottiglia da Tesco il commesso indiano mi ha lanciato uno sguardo del genere ‘Però!’. Tant’è.
Saudade, definitivamente, per la prima volta da molti mesi.

Listening to: Joao Gilberto – Live in Montreux

August 25, 2008

Di un destino segnato o della pregna leggerezza del non-occidentale

Filed under: London — maud @ 9:38 pm

Notting Hill carnival – August 2008

Di ritorno dal carnevale caraibico di Notting Hill, laddove ho ballato come una forsennata in un clima di sensualità libera nonchè verace, mi trovo a domandarmi (e già questo è il primo errore) perchè mai tutto ciò debba essere un’eccezione, perchè mai l’unica maniera di esprimere me stessa debba essere un’intellettualoide performance teatrale o qualche tentativo artistico di bassa lega. Questa cultura giudaica che mi tiene per il collo, questi Saul Bellow e Freud che mi fanno impantanare nelle loro infinite speculazioni, questo cazzo di cultura occidentale… perchè, perchè?
Il problema è che ci sono troppo dentro, scissa sebbene tra istinto e ragione, ma pur sempre occidentale in ogni mio singolo agire. La riprova di ciò, il mio viaggio di ritorno in metropolitana ascoltando, persa, i Black Heart Procession e la loro straziante bellezza. Non v’è speranza.

Listening to: Nina Nastasia & Jim White – You follow me

March 10, 2008

Peter Doig

Filed under: London, visual arts — maud @ 10:22 pm

Il vento non scherza, da queste parti. Dopo che la sveglia ha portato a termine il suo sporco lavoro ho udito le raffiche di vento che sconquassavano la casa, e soprattutto, orrore, la pioggia contro la finestra. Perchè se le raffiche di vento sono una discreta seccatura, le medesime abbinate ad una pioggia battente assumono connotazioni infernali.

Di seguito, abbandonato il tepore di casa, e osservati con sguardo preoccupato i cadaveri di ombrelli sventrati che giacevano tetri lungo i marciapiedi, sono stata colta dalla rassegnazione e mi sono trovata ad affrontare le intemperie a viso aperto.

Fortunatamente il weekend, per quanto climaticamente discutibile, non ha raggiunto tali livelli di furia celeste e mi ha concesso un bel sabato all’insegna di amici e scoperte. La scoperta, nella fattispecie, è stato Peter Doig, pittore scozzese e giramondo che espone in questi giorni alla Tate Britain.

Simpatico personaggio, questo Peter. I suoi lavori mi ricordano talvolta Hopper per il taglio fotografico (non a caso Doig trae da immagini gran parte delle sue idee) e la luce tagliente, talvolta Monet per le atmosfere rarefatte ed i colori tenui, talvolta le prime opere dei Blaue Reiter per le ambientazioni nordiche quanto fiabesche, talvolta Munch e Gauguin per le figure umane dai contorni decisi.

Ci sono tante cose nei quadri di Doig, con quel suo stile in continua evoluzione e la sua inquietudine fiabesca. E’ valsa la pena sfidare il vento.

February 22, 2008

Vomitillo

Filed under: London — maud @ 11:47 pm
Clerkenwell – January 2008

Mi ritrovo qua, di ritorno da un mese che ha visto alternarsi esaltazione e sconforto, imbarazzanti incomprensioni linguistiche e la routine ritrovata nell’ambiente meno routinario che mi sia dato di conoscere, questo melting pot in cui sguazzo e talvolta quasi annego.

Le esperienze metropolitane si susseguono frenetiche. La tube rimane luogo d’eccellenza per scoperte e meraviglia. L’ultima, eccezionale, è quella di colei che per ragioni di riservatezza mi limiterò a chiamare Vomitillo (anche perchè non ho la benchè minima idea di quale sia il suo nome, grazie al cielo). La raffinata fanciulla, cappottino viola, borsa, scarpette e taglio di capelli alla moda, camminava spedita davanti a me, all’imbocco del tunnel che conduce all’esterno della stazione di Finsbury Park (che se ancora non si è capito è il quartiere in cui vivo). Passo lesto, rigido quanto basta, quasi stizzito come conviene ad ogni giovine ben inserita nel contesto cittadino. Pochi passi, e la suddetta volta il capo da un lato e compie un gesto che d’istinto interpreto come l’atto di sputare. Cosa che di per se farebbe piuttosto schifo, considerato che si trova in mezzo ad una discreta ressa… eppure il gesto è tanto lesto ed agile che quasi provo un sentimento di ammirato disgusto. Ma un’occhiata involontaria alla conseguenza materiale del suo agire mi lascia esterefatta: non voglio descrivere il prodotto da lei espulso con tale classe, dico solo che il mio primo pensiero è stato ‘ma cosa minchia stava mangiando questa tipa?’. Una ventina di metri di tunnel ancora, ed ecco che la mia beniamina si produce nuovamente nella sua performance e questa volta comincio a sospettare seriamente di essermi imbattuta in un vero fenomeno da baraccone. Una volta all’aria aperta decido saggiamente di cambiare strada, ma ecco che dopo un centinaio di metri la incontro nuovamente, sempre impettita, sempre con il suo passo lesto ed il cappottino viola, la borsa, le scarpette ed il taglio alla moda, e quella mirabolante capacità di vomitare al volo senza rallentare e senza scomporre minimamente la sua andatura da donnina in carriera. Ora, mi direte che Vomitillo era forse ubriaca, o magari incinta, o soffriva di un micidiale virus allo stomaco. Avrà avuto le sue buone ragioni per vomitare, non lo nego. Ma porca miseria, dove sono finite le persone che si stravolgono e si sconvolgono e si accasciano contro un muro e si lamentano e fanno tutte quelle cose che di solito la gente fa quando dà di stomaco? Dubitando seriamente di essere in grado di acquisire la compostezza psicopatica di Vomitillo, alle prese con il mio complesso di inadeguatezza ho deciso di cambiare marciapiede.

January 22, 2008

It’s alright ma (I’m only bleeding)

Filed under: London — maud @ 10:38 pm

Lido Adriano – 2004

Oggi sono riuscita ad aprire un conto in banca. La notizia parrebbe priva di interesse, e di fatto probabilmente lo è. Ma il sudore da me versato per compiere tale banale operazione fa assumere all’evento proporzioni epiche. La documentazione richiesta ad attestato delle mia identità nonchè residenza mi potrebbe garantire l’acquisizione di un pass per entrare a Buckingam Palace. Innanzitutto la carta d’identità, che da anni mi consente di superare indisturbata i controlli anti-terrorismo in areoporto, nella fatidica banca non è sufficiente. Ci vuole il passaporto. A dimostrazione della mia residenza non basta una copia del contratto d’affitto poichè potrebbe essere un falso, è necessaria una bolletta (che ovviamente non posso avere in quanto non possiedo un conto in banca) oppure una serie di strani documenti di complessa reperibilità. Mi domando per quale ragione un povero cristo come me dovrebbe mentire in merito al proprio indirizzo, considerato che non sta chiedendo un prestito e che comunque anche una bolletta da un milione di sterline non gli impedirebbe di dileguarsi in caso di effettiva malafede. Non capisco.
Vado dapprima nella filiale più vicina al mio ufficio, in centro che più centro non si può. In centrissimo. Ascensore fantascientifico e lusso, un po’ posticcio per dirla tutta, in ogni dove. Mi consegnano un simpatico bigliettino e mi dicono di rivolgermi ad un tizio. Mi accompagnano all’ascensore di cui sopra. Mi si presenta questo ragazzotto con capello rasato fino a metà zucca, ed il rimanente scalpo foggiato a mo’ di cornetti protesi in avanti tramite l’ausilio di qualche quintalata di gel. La zona rasata peraltro presenta una serie di non meglio definibili disegni geometrici.
Il tipo possiede uno smagliante ufficio privato e mi propone con un sorriso a duecento denti il conto più costoso di tutta la banca, sebbene io sia perfettamente consapevole dell’esistenza di un equivalente gratuito che fa esattamente al caso mio. Gli dico che la carta di credito non la voglio perchè ce l’ho già. Sgrana gli occhi, e mi chiede se sono disposta a pagare fior di quattrini per trasferire i miei denari dalla terra di Albione allo stivale di Mastella ogni qual volta ho la necessità di utilizzare la carta di credito. Penso ‘fatti i cazzi tuoi’ ma rispondo con un sorriso sprezzante che in Italia ho denaro sufficiente per questo e ben altro (clamorosamente falso). Poi mi ricordo che ha in mano il mio estratto conto che, per quanto vergato in lingua italiana, sfoggia un incontrovertibile saldo finale non particolarmente sfavillante. Ops. A quel punto scatta la seconda proposta, il fantasmagorico conto destinato agli stranieri, più economico e che ti garantisce tutta una serie di servizi di cui non ho alcun bisogno, anche perchè non mi sono trasferita qua dal Congo. E’ giunto il momento di giocare le mie carte, e gli menziono il mitico conto basic, quello gratuito. Lui quasi scoppia a ridere e si dimena sulla sedia (l’unica cosa assolutamente granitica è la sua capigliatura), e mi dice che se proprio, ma proprio proprio, voglio lanciarmi nel fetido mondo dei conti gratuiti, devo essere preparata al peggio. Il bancomat di cui verrei dotata pare sia un’immonda ciofeca, utile solo per grattare via dalla suola di uno scarpone la merda del cane del vicino di casa. Comincio a preoccuparmi, sarei quasi per cedere, ma in ogni caso non posso aprire alcun conto perchè ancora mi manca la fantasmagorica documentazione richiesta per provare che il mio bancomat è stato inviato all’indirizzo di casa giusto. Ovviamente più il conto è costoso meno documentazione viene richiesta.
Me ne vado, e decido che proverò a rivolgermi alla filiale fricchettona di Finsbury Park, a dieci minuti da casa mia.
Questa mattina mi sveglio di buon ora e per prima cosa scopro che la banca suddetta apre tutti i giorni alle 9 tranne il martedì. Perchè il martedì apre alle 9.30. Mi gingillo in giro per casa fino alle 9.15, pensando che probabilmente tutto questo non porterà a nulla per il semplice motivo che verrò licenziata a causa dell’orribile ritardo.
Arrivo alla filiale e mi metto in fila insieme agli altri fuori dalle porte ancora chiuse. Un’occhiata alla clientela mi consente di tirare un sospiro di sollievo: a parte il gigante con i capelli rossi in prima fila mi trovo in mezzo ad un gruppo multietnico dall’abbigliamento dimesso. Penso che se loro sono riusciti a divenire clienti forse posso farcela anch’io.
Ovviamente le carte che ho con me non sono sufficienti, ma alla vista dell’attacco di sconforto che mi coglie gli impiegati mi soccorrono con grande gentilezza e mi mostrano un foglio con un elenco ben ampio di possibilità: non ho un nessuno di quei cazzo di documenti, i tre quarti nemmeno capisco cosa sono, ma improvvisamente scorgo un titolo familiare e la mia mente torna ad un foglio che stalleggia da giorni sulla mia scrivania. Ce l’ho, quello ce l’ho!!!
Ripercorro il chilometro e mezzo abbondante che mi separa da casa, arraffo il magico foglio, torno velocissima in Seven Sisters Road e mi si aprono le porte del paradiso…

Dunque, per ora ho un paio di case a Bastioni Gran Sasso e prevedo di acquistare un albergo a Vicolo Stretto, niente lussi ma non mi posso lamentare. Se continua così, e se non pesco una carta sfigata dagli Imprevisti, tra poco dovrei riuscire a riportare il numero dei miei problemi ad un’unità di grandezza paragonabile a quella antecedente la mia partenza dall’Italia.

Listening to: Bob Dylan – Bringing It All Back Home

January 20, 2008

I lost him on a busy evening

Filed under: London — maud @ 5:36 pm
Old Street Train Station – November 07

E me ne stavo qua, a farmi scaldare dai raggi di un sole tiepido che attraversavano la finestra polverosa, avvolta dalle note di Tim Buckley, fluide. Raccogliendo i pensieri che leggeri se ne vagavano senza una direzione.
Quei pensieri sono stati spazzati via dal vento in una sera affollata dalle parti di Regent Street, nella testa ora ho solo Stufjan Stevens che canta una canzone che forse farei meglio ad ascoltare di meno. Quale strano mondo è questo, di accoglienza e solitudine allo stesso tempo, in quella metropolitana che mi attende ogni mattina spintonandomi, che accompagna i miei stati d’animo con l’indifferenza dei suoi sobbalzi. Ci si può sentire davvero soli là sotto, ma anche davvero forti, e ci si può fare prendere da una qual certa esaltazione da sopravvissuti, pure. In questi giorni che sono un continuo ricominciare.

Listening to: Sufjan Stevens – Illinois

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