Mes nuits

November 13, 2009

Eels – Hombre Lobo

Filed under: Uncategorized — Tags: — maud @ 8:13 pm

Le riviste di moda occhieggiano dal tavolo e mi incitano ad essere più fica. Anche volendo seguire il loro fetido consiglio, ciò che mi pare inarrivabile non è lo sforzo richiesto dall’apparire, ma è la costanza e l’esercizio e l’estrema abilità che ciò richiede. Questo è senza dubbio al di sopra delle mie capacità. Traducasi: nel mio caso, quantomeno, la merda viene prontamente a galla, non è sufficiente che m’inondi di profumo o cerchi di nasconderla sotto uno smagliante sorriso. Da cui, perché darsi pena? E si legga questa come metafora dell’inettitudine esistenziale in genere, dell’inutile cercare di incastrarsi in un meccanismo in cui non si funziona, o si sa di poterlo fare per poco, pochissimo tempo. Da cui, l’arresa. Così si è, così si resta.
E mentre si fa strada il mal di testa che questo pesante quesito esistenziale mi provoca (aiutato dall’ingrato il clima), cerco consolazione in chi deve essere più o meno sceso a patti con tale consapevolezza molto prima di me, quel leader degli Eels che di cacca deve averne spalata in grandi quantità, e che pure è sopravvissuto, mirabili cose producendo.
L’ultimo album è una di quelle cose che ti danno una ragione per vivere, che lo ascolti e ti dici che ancora ha senso essere da queste parti (dove da queste parti si intende il pianeta terra, nda). Un brano, The Longing, in cui solo la pausa nella strofa finale tra ‘her tears, her sorrow, her faults’ ed il successivo ‘her doubts. I love them all’ fa venire la pelle d’oca. Un album che lascia il dolore mescolarsi con una moderata violenza sonora, accendendo un lumicino, pur lontano, lontanissimo, che ti dice ‘ebbene si, è uno schifo, ma qualcosa c’è, ed è la bellezza, e quella non può lasciarci, se ne sta lì, bisogna solo avere la forza di coglierla’. Ed è questa la chiave: se non si può irradiare, quantomeno si colga.

November 12, 2007

I’m not for sale… oh well, just a little

Filed under: Uncategorized — maud @ 8:46 pm

Camden Town – November 2007

Il circolo perverso delle agenzie di recruitment sta massacrando il mio spirito (e non solo ma volevo essere fine) da più di un mese, e detto tra noi comincio davvero ad averne abbastanza. Quasi quotidianamente ricevo dalle due alle cinque telefonate da parte di codesti agenti. I primi giorni diciamo che più che altro sono andata ad intuizione, attività peraltro assai pericolosa perchè laddove la mia comprensione, anche dopo il secondo o addirittura terzo “Sorry?” da parte mia, non accennava in alcun modo a migliorare, se si trattava di una domanda ho sempre optato per un ottimista “Yes”. Talvolta un esclamazione stupita od un silenzio imbarazzato mi hanno spinta ad un ennesimo “Sorry?”, magari arricchito con un “I’m not sure to understand you”, espresso in tutte le sue sgrammaticate varianti. All’altro capo della linea telefonica sbuffi spazientiti che manco un adolescente alle prese con una bisnonna dura d’orecchio.
Dopo un training di alcune settimane la situazione è notevolmente migliorata, ma vorrei raccontare un episodio piuttosto comico:

Sono su un autobus, e peraltro mi sto recando ad un colloquio in una zona di Londra agli antipodi rispetto a quella in cui vivo. Due ore di viaggio, per intenderci, usufruendo dei seguenti mezzi: pedibus calcantibus, tube, treno, e bus. Sul bus ricevo la fatidica telefonata. Chiedo al tizio se mi può chiamare in un altro momento. Il tipo malefico insiste. Poche domande, mi assicura. Insiste. Accetto, e comincia a tartassarmi: che lavoro fai ora, che cosa facevi un anno fa, quanta esperienza hai in questo, quanta in quest’altro, che lavoro vorresti trovare, etc etc… il tutto intervallato dai miei soliti “Sorry?”, perchè obbiettivamente sull’autobus non sento una mazza. Il siparietto prosegue fino a quando realizzo che forse dovrei scendere, mi guardo intorno e noto con notevole disappunto (orrore, per la precisione) che l’autobus si sta infilando in una specie di superstrada in mezzo al nulla. Mentre il tipo continua a cianciare nella cornetta, corro dall’autista e gli chiedo se ho la possibilità di tornare indietro a breve. Mi scarica in una strada trafficata di camion, e mentre questi ultimi quasi mi passano sui piedi sento il tipo che continua a parlare, gli dico che mi sono persa (immaginate la scena, nel sottofondo il rumore del traffico di una tangenziale londinese), lui non desiste, io cerco di attraversare la strada per raggiungere la fermata sul lato opposto, guardo a sinistra, no cazzo arrivano da destra, un camion quasi mi asfalta, corro trafelata con tanto di laptop nella borsa, ed il fottuto recruiter è ancora lì che parla. C’è un rumore apocalittico ed io non sento niente. Incazzata come una iena gli chiedo di mandarmi una mail, dicendogli che alle cinque sarei stata libera, anche se non ne ho idea. Ed infatti alle cinque sono ancora nel bel mezzo del mio viaggio di ritorno. Arrivo finalmente a casa e trovo 15 chiamate non risposte da parte del tizio. Il giorno seguente lo richiamo e lui mi dice con la voce più tranquilla del mondo che è tutto a posto e ha mandato il mio CV al suo cliente. Non ho mai più avuto alcuna notizia.

Poi ci sono quelli con gli accenti assurdi, roba che ti fanno lo spelling di un acronimo e non li capisci comunque perchè pronunciano una A come fosse una O.
Quelli che ti leggono le job spec tutte d’un fiato, tipo scolaretto che trattiene il respiro mentre recita la poesia imparata a memoria, solo che tu afferri una parola ogni cinque minuti ed in base a quella devi capire se quello che ti stanno descrivendo è il lavoro della tua vita.
Quelli che ti fanno un pressing assurdo (come il tizio dell’autobus) poi non si fanno mai più sentire.
Quelli che gli fai una battuta e ridi e dall’altra parte avverti un gelido silenzio.

Ma ci sono anche persone gentili e simpatiche, oggi per esempio ho chiaccherato del più e del meno con un recruiter che evidentemente era bendisposto, e rideva persino alle mie battute.

In nomi propri sono tra le cose più difficili da capire. Ora, ad inizio telefonata è ovvio che la persona presenti se stessa e l’agenzia per cui lavora. Non capisco mai, mi sono rassegnata. Quindi segue un momento di intensa concentrazione durante il quale ho pochi secondi per comprendere se si tratta di qualcuno con cui ho parlato altre volte, oppure se è uno sconosciuto. Le figure di merda ovviamente non si contano.
Mi è capitato uno che mi ha chiesto se volevo andare a lavorare per un breve periodo in Nederland, ed io, trattandosi di un posto presso una compagnia petrolifera, dopo avergli detto “sure!” ho temuto che di Olanda non si trattasse e che la solita mancanza di comprensione mi avesse fatto confondere con il nome di qualche paese mediorientale. A circa mezz’ora dal termine della telefonata ero praticamente convinta che così fosse, e già mi immaginavo in Arabia Saudita, nella migliore delle ipotesi.

Listenig to: The broken family band – Balls

October 8, 2007

Fango e sangue

Filed under: Uncategorized — maud @ 12:35 am

Oramai ne so a pacchi. Di rugby, intendo. Non che ne abbia compreso a fondo le regole, ma quantomeno, laddove l’azione di gioco si fa intensa, sono in grado di assumere quel genere di irrigidimento muscolare destinato a sciogliersi in un’ovazione collettiva, oppure in un sovrapporsi generico di borbottii delusi e sbuffate ed eventualmente imprecazioni. Che mi sembra già notevole, considerata la mia passione per gli sport nel loro complesso. C’è da aggiungere che le squadre per cui ho occasionalmente tifato fino ad ora hanno perso tutte, più o meno miseramente, persino gli All Blacks.
Escludendo il match di domenica scorsa (Argentina vs Ireland), durante il quale il mio spirito agonistico è stato decisamente distratto da un certo numero di pinte di Guinness, la giornata di ieri mi ha vista assai partecipe. Dapprima, in un intorno delle ore 14, mi reco nel pub australiano di Angel in compagnia della mia iniziatrice allle meraviglie di tale sport, Veronica. Il match in questione essendo Australia vs England. L’iniziatrice di cui sopra essendo visceralmente anti-England. Da cui la scelta di un pub di estrazione non autoctona al fine di evitare la rissa. L’atmosfera è letteralmente rovente. Credo di non essermi mai trovata in un luogo più rumoroso in tutta la mia vita, è incredibile come questi compassati anglosassoni siano in grado di sfoderare voci tenorili che possiedono sonorità a me pressochè sconosciute e che infliggono sferzate dolorose ai miei timpani. Dopo dieci minuti di gioco ogni primo piano degli atleti in campo rivela nasi e soppracigli sanguinolenti, divise strappate imbrattate di sangue. Vedere questi esseri enormi che, afferrato il pallone ovale, corrono a velocità supersoniche contro altri esseri altrettanto corpulenti e si schiantano in un ammasso di informe di gambe, braccia, colli ritorti e nasi schiacciati a terra mi fa dimenticare che mi trovo in mezzo ad una masnada di personaggi ubriachi e mediamente obesi che mi urlano nelle orecchie imprecazioni di ogni genere, e che mi scaraventano da qualche parte con una spallata, le mani a reggere un minimo di tre pinte, dicendomi “Oh, I’m sorry” con un tono di voce che quasi sfiora il falsetto. Nel bel mezzo del vociante pubblico australiano una rappresentanza nutrita di tifosi inglesi genera un alternarsi di cori di ogni genere (qualcuno mi saprebbe spiegare perchè cantano di continuo “Swing low, sweet chariot”?), ma tutti sembrano pacifici e non temo per la mia incolumità, essendo il pericolo maggiore rappresentato da un ubriaco sito dietro la sottoscritta che continua ad urlare ed ogni volta che urla mi solleva i capelli con un’alitata, il che, sia detto, mi fa abbastanza schifo. Comunque la partita non raggiunge livelli tecnici esaltanti e l’Australia ahimè perde con ignominia. Ore 20 locali, nuovo pub, nuove emozioni. Ci troviamo in compagnia di un gruppo dall’eterogenea nazionalità, la partita è France vs All Blacks ed io decido di tifare All Blacks, che peraltro in principio paiono lanciatissimi verso una vittoria trionfante. In principio, appunto. Come nella migliore tradizione sportiva francese, non appena i miei eroi si rilassano, il risultato viene ribaltato. Non ho visto gli ultimi minuti della partita perchè ero in bagno, ma fonti certe mi hanno confermato che hanno vinto loro. Comunque vedere gli energumeni neozelandesi correre come saette e scartare gli avversari con la grazia e la velocità che ci si potrebbe attendere da quella donetta di Ronaldo, per dirne uno, è stato davvero impagabile.
Notevole anche la visione del gigante buono della nazionale francese Sebastian Chabal, discendente diretto dall’uomo di Neandhertal, suppongo.

E’ uno sport primordiale, fatto di sangue e fango rappresi, di muscoli e velocità, uno sport cruento e carnale, dalla sensualità violenta, che suona di ossa rotte eppure possiede una sua estetica leggera.

September 27, 2007

About bow windows

Filed under: Uncategorized — maud @ 8:07 pm

Nuvole veloci attraversano lo spazio ritagliato dalla bow window, la luce è bella, ma così bella, è una luce pulita e tagliente, proprio io nata nella foschia. Questa luce mi rende felice, forse è la pioggia che la fa così chiara, forse è il vento oppure il freddo che umido non è ma di certo è tanto.
Non mi sento lontana da casa, eppure lo sono, sto in quel luogo che vagheggiavo da bambina, con le mie sfumate immagini mentali ricavate dalle foto del viaggio di mia madre nel ‘68 e le canzoni dei Beatles e i vestiti anni ‘60… perchè per me questo era Londra, una minigonna bianca e nera come le strisce pedonali di Abbey Road.

Listening to: Vincent Gallo – When

September 11, 2007

I’ve got blisters on my fingers!

Filed under: Uncategorized — maud @ 10:43 pm

Di timori e rincoglionitaggine, di corsia preferenziale fatta sovrappensiero (con la telecamera dei vigili urbani puntata in faccia, spero almeno di essere videogenica), di pensieri che si accalcano fugaci, di canzoni nostalgiche ascoltate perplessa mentre un mostruoso insetto multi-zampa corre sul mio pavimento (e per fortuna trova da solo la via della porta a finestra) di saluti pesantemente leggeri, di fottute application forms, di non so a quanto ammontasse il mio stipendio lordo di 9 anni fa (e poi c’erano le lire e cosa minchia te ne frega del mio milioneseicento mensile che i vostri dipendenti anche allora con quella busta paga ci si sarebbero puliti il deretano), di speranze forse illusorie ma tant’è, di double room che la single è un tugurio, dell’allegra congrega dei business analysts di cui teoricamente farei parte, di mi porto questo e mi porto quello o compro questo e compro anche quello, di chissà quanto cazzo costerà (e ci mancava solo la multa della corsia preferenziale).
E di quelli che se ne sono andati sul serio e per sempre.

August 1, 2007

Strade

Filed under: Uncategorized — maud @ 3:25 pm

Punte Alberete

Esiste una strada del circondario ravennate il cui fascino mi assoggetta da sempre. Si tratta della via Baiona, quella striscia di asfalto sconnesso che conduce a Porto Corsini costeggiando il Candiano. Resa contorta da una serie di lavori in corso di cui non credo di avere compreso lo scopo ultimo, interrotta da altrettante neonate rotonde, e disturbata nei suoi accostamenti cromatici da innumerevoli cartelli arancioni posti a segnalarne le ferite ancora giovani. Scarti che vanno contro ad un disegno che esiste nella mia mente, quel disegno che alcuni anni fa me la faceva percorrere quasi ad occhi chiusi, in un tragitto che andava incontro alle emozioni ed era emozionante in sè. Ieri c’era quel genere di luce rara che taglia i contorni delle cose, sebbene addolcita dalle tinte calde della sera. Gli edifici lungo il porto carichi di inconsapevole ed involontaria bellezza. Da una parte i silos rilucenti, i tralicci dell’alta tensione a disegnare geometrie in controluce, i capannoni appiattiti al suolo, le torri argentee della centrale elettrica… dal lato opposto il sole che si specchiava sulla superficie della piallassa, la vegetazione del colore di grano umido e malato, i capanni da pesca, le reti. Poi improvvisamente il ponte, la vista che si apre in entrambe le direzioni, in fondo a destra il mare incastrato tra i contorni del porto, a sinistra il canale costeggiato di capanni che si sdoppia dolcemente per perdersi nell’irregolarità di quella che è una palude. E la luce, la luce che sempre si riflette, ogni volta diversa, sull’acqua, sulle cose.

E la sera, al ritorno, le piccole luci bianche delle industrie che non dormono mai, come un cielo stellato che non ha la forza di elevarsi e se ne resta a terra, accontentandosi di produrre veleno.

June 21, 2007

Come un fiammifero

Filed under: Uncategorized — maud @ 12:17 am

 

E si vive di pensieri, si vive di passato, di nostalgie costruite a tavolino, mattoncino dopo mattoncino come quelle sculture di fiammiferi fatte dai reclusi. E si vive, si vive sempre e comunque (ringraziando il dio a cui non credo), si alternano gioie profonde a tristezze poco fondate, si è comunque soli immersi nell’affetto degli amici più cari, agognando quell’unione di anime che pure è passeggera come qualsiasi altra cosa. Si sogna per una canzone, chiedendosi come sia possibile riuscirvi ancora, ci si perde tra le pagine di un libro, in quei mondi immaginari che quasi si fanno realtà, laddove la realtà ha la tendenza perversa a farsi immaginazione. Si crede di possedere, ma l’unica cosa davvero tangibile è la mancanza, ed il segreto è quello di tenerla sotto controllo, affinché essa rimanga semplicemente la fonte principale di una rassicurante malinconia invece di divorarti. “Voglio, voglio, voglio” si ossessionava Henderson il re della pioggia, e anch’io voglio voglio voglio e continuerò a cercare anche se ormai so che non c’è niente che possa essere trovato. Perché lo scopo parrebbe essere la ricerca in sé, non il tesoro.

January 27, 2007

Del mare d’inverno

Filed under: Uncategorized — maud @ 1:19 pm

C’è della sabbia sul mio tappeto. Ho attraversato la spiaggia in un controluce mattutino, le coppie intabarrate, qualche solitario come me, il mare metallico. Niente più nebbia a mettere a dura prova i nervi dei metereopatici del mio calibro. In questi giorni il mio corpo sta prendendo il sopravvento, vuole emanciparsi dalla mente e ha trovato una sua propria creatività… la musica che mi smuove le membra, nei momenti più inaspettati, sempre. Ho desiderato essere uno di quei cani sulla spiaggia, incantata dalla loro energia vitale, dal trepido desiderare che si libera in una corsa nell’acqua.

 

Listening to: Bonnie Prince Billy – The Letting Go

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