
Ravenna – 2003
Due giorni fa ho visto, per la prima volta, la nebbia a Londra. Nulla di paragonabile a ciò a cui sono usa nella mia palude natale, si è rivelata dal primo mattino con la sua luce giallastra, l’aria spessa dai maleodoranti echi pechinesi. Ed io che mi sveglio con una pesantezza esistenziale che manco Sartre ed i suoi problemi con le maniglie delle porte.
E’ tutto nella tua mente – mi ripeto come altre mille volte – è solo un problema di luce ed umidità – cerco di tranquillizzarmi – adesso vai a lavorare e non ci pensi più. Sti cazzi.
Dopo il viaggio in treno, durante il quale seleziono accuratamente la musica più angosciante che il mio ipod possa proporre, giungo in ufficio e mi accorgo di avere la capacità di concentrazione di un criceto, solo che mi manca la ruota su cui scapicollarmi inutilmente e sono seduta di fronte ad un monitor che mi presenta sadicamente un’immacolata pagina di word il cui riempimento giustifica la mia presenza in quel luogo.
Fortunatamente vengo coinvolta in una serie di riunioni che esigono un certo controllo da parte mia e per qualche ora la mia mente si quieta e riacquista la capacità di focalizzare la sua attenzione su un pensiero di natura logico-scientifica. Riesco persino a fare qualche battuta di spirito. Ma la scena cittadina inquadrata dalla finestrella della sala riunioni continua ad essere immersa in quella atmosfera tangibile, il cielo continua ad avere consistenza sabbiosa, il sole è tutt’ora malaticcio. Torno alla mia scrivania e il macigno esistenziale si accomoda sulle mie ginocchia.
Perché io sono meteoropatica. La scorsa primavera cercai di giustificare le occhiaie che mi trascinavo da giorni imputandole alle frequenti quanto drastiche variazioni delle condizioni atmosferiche di quei giorni, ed i miei colleghi mi guardarono come se stessi dicendo che nel weekend avevo in progetto di recarmi in pellegrinaggio da Sai Baba utilizzando come unico mezzo di locomozione mani e ginocchia. E così ho scoperto che nei paesi anglosassoni il concetto di meteoropatia non esiste, o quantomeno i miei colleghi ed il web pare nulla ne sappiano. Grazie a quell’uscita sono stata apostrofata per giorni con ironiche frasi del genere ‘Come ti senti oggi, credi che più tardi verrà a piovere?’ diventando così l’oracolo meteorologico del mio ufficio.
Eppure l’esperienza personale mi rende assolutamente certa dell’esistenza di codesta dannata cosa, e posso presentare molteplici prove a supporto delle mie teorie. Per esempio, quando ancora ero così piccola da essere al di sopra di ogni sospetto di mistificazione, i miei genitori usavano soprannominarmi ‘Bernacchino’ (in onore del Colonnello Bernacca che negli anni ’70 furoreggiava sulla televisione di stato italiana con il suo ‘Che tempo fa?’) poiché in concomitanza di ogni significativo cambiamento meteorologico divenivo lagnosa e, per dirla in maniera spicciola, decisamente più rompi coglioni del solito.
Dal punto di vista scientifico, come mi sono successivamente documentata, parrebbe che la meteoropatia sia causata da un malfunzionamento del sistema di termoregolazione dell’organismo, il quale, non essendo in grado di adattarsi ad un cambiamento repentino di temperatura, si sconquassa causando tutta una serie di disturbi quali ansia, mal di testa, stanchezza e rotture di maroni di vario genere.
Bene, detto ciò, vado ad affrontare questa seconda giornata nebbiosa (come ho scoperto con orrore al mio risveglio) augurandomi che ritorni un po’ di sana pioggia perché dalla palude sono partita più di un anno fa e già mi sto chiedendo se tutto ciò non sia una sorta di nuvola di Fantozzi che finalmente è riuscita a trovarmi. Fuggire su un’isola pare dunque non sia sufficiente.
Sono lieta di annunciare che nei giorni scorsi ha visto la luce un nuovo progetto. Gli artefici sono i miei compagni di ATP, gli amici con cui ho condiviso l’appartamento H2 nonchè alcune delle giornate più belle ed intense di questo ultimo anno. Si tratta, ma guarda caso, di un blog. Ehm… la lingua ufficiale è l’inglese, indi abbiate pietà di me che già mi arrabatto nei meandri della vita e le poche energie rimaste le spendo per scrivere in una lingua che non conosco. But I’m learning. Colgo l’occasione per ringraziare i miei preziosi correttori di bozze (la Tita).
Non possedendo lo spessore morale sufficiente a trovare in autonomia una risposta accettabile 



