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	<title>Mes nuits</title>
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		<title>Eels &#8211; Hombre Lobo</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 20:13:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Le riviste di moda occhieggiano dal tavolo e mi incitano ad essere più fica. Anche volendo seguire il loro fetido consiglio, ciò che mi pare inarrivabile non è lo sforzo richiesto dall’apparire, ma è la costanza e l’esercizio e l’estrema abilità che ciò richiede. Questo è senza dubbio al di sopra delle mie capacità. Traducasi: [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=133&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft" style="margin-left:5px;margin-right:5px;" src="http://img.amazon.ca/images/I/61v%2BGJBxpUL._SS500_.jpg" alt="" width="293" height="293" /></p>
<p>Le riviste di moda occhieggiano dal tavolo e mi incitano ad essere più fica. Anche volendo seguire il loro fetido consiglio, ciò che mi pare inarrivabile non è lo sforzo richiesto dall’apparire, ma è la costanza e l’esercizio e l’estrema abilità che ciò richiede. Questo è senza dubbio al di sopra delle mie capacità. Traducasi: nel mio caso, quantomeno, la merda viene prontamente a galla, non è sufficiente che m’inondi di profumo o cerchi di nasconderla sotto uno smagliante sorriso. Da cui, perché darsi pena? E si legga questa come metafora dell’inettitudine esistenziale in genere, dell’inutile cercare di incastrarsi in un meccanismo in cui non si funziona, o si sa di poterlo fare per poco, pochissimo tempo. Da cui, l’arresa. Così si è, così si resta.<br />
E mentre si fa strada il mal di testa che questo pesante quesito esistenziale mi provoca (aiutato dall’ingrato il clima), cerco consolazione in chi deve essere più o meno sceso a patti con tale consapevolezza molto prima di me, quel leader degli Eels che di cacca deve averne spalata in grandi quantità, e che pure è sopravvissuto, mirabili cose producendo.<br />
L’ultimo album è una di quelle cose che ti danno una ragione per vivere, che lo ascolti e ti dici che ancora ha senso essere da queste parti (dove da queste parti si intende il pianeta terra, nda). Un brano, The Longing, in cui solo la pausa nella strofa finale tra ‘her tears, her sorrow, her faults’ ed il successivo ‘her doubts. I love them all’ fa venire la pelle d’oca. Un album che lascia il dolore mescolarsi con una moderata violenza sonora, accendendo un lumicino, pur lontano, lontanissimo, che ti dice ‘ebbene si, è uno schifo, ma qualcosa c’è, ed è la bellezza, e quella non può lasciarci, se ne sta lì, bisogna solo avere la forza di coglierla’. Ed è questa la chiave: se non si può irradiare, quantomeno si colga.</p>
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		<title>Di lacrime e folk</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2009 22:55:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maud</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Riguardo al potere salvifico della musica. Che può anche accompagnare la mia ridicola inclinazione alla tragedia, la può cullare, renderla un poco più poetica, cancellarne i biechi retroscena e restituirle una sognante dignità. Certa musica può persino questo. March 16-20, 1992 degli Uncle Tupelo, per esempio. Un album di una bellezza agghiacciante, una raccolta di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=125&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/f/fb/Uncle_tupelo_march_16-20_1992_cover.jpg" alt="" width="428" height="428" /></p>
<p style="text-align:justify;">Riguardo al potere salvifico della musica. Che può anche accompagnare la mia ridicola inclinazione alla tragedia, la può cullare, renderla un poco più poetica, cancellarne i biechi retroscena e restituirle una sognante dignità. Certa musica può persino questo. March 16-20, 1992 degli Uncle Tupelo, per esempio. Un album di una bellezza agghiacciante, una raccolta di brani sia tradizionali che originali, interpretati, e nel secondo caso scritti, da Jay Farrar (in seguito Son Volt) e da, nemmeno a dirlo, Jeff Tweedy.<br />
Pare che prima della registrazione i due abbiano trascorso settimane immersi nell’ascolto delle produzioni dello Smithsonian Institution, e non mi meraviglio. Suoni tanto intensi per quanto tristi, c’è da piangere ascoltando quest’album, ce n’è abbastanza per evadere dalla realtà abbietta e tornare nel proprio mondo di calde e malinconiche illusioni.<br />
E mentre lascio che le lacrime mi accarezzino il collo ci sono ormai solo le chitarre che mi accompagnano in questo triste viaggio che è quasi, un poco, dolce. Non troppo, però.</p>
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		<title>Londra, Santiago, Ravenna, Londra</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2009 12:12:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mi ricordo camminare su marciapiedi chiari, le colonne bianche dei portici che scivolano via veloci, le ginocchia pesanti. Mi ricordo camminare sulla pietra grigia, le strade contorte, stupita. Mi ricordo camminare tra le case conosciute, gialle ed ocra, tra suoni ed odori noti. Mi ricordo camminare sull&#8217;asfalto chiazzato di vomito, guardando i mattoni rossi e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=124&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Mi ricordo camminare su marciapiedi chiari, le colonne bianche dei portici che scivolano via veloci, le ginocchia pesanti. Mi ricordo camminare sulla pietra grigia, le strade contorte, stupita. Mi ricordo camminare tra le case conosciute, gialle ed ocra, tra suoni ed odori noti. Mi ricordo camminare sull&#8217;asfalto chiazzato di vomito, guardando i mattoni rossi e gli affollati comignoli.</p>
<p>C&#8217;e&#8217; il silenzio, il silenzio intorno. Le cose non parlano.</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mesnuits.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mesnuits.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mesnuits.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mesnuits.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mesnuits.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mesnuits.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mesnuits.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mesnuits.wordpress.com/124/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mesnuits.wordpress.com/124/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mesnuits.wordpress.com/124/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=124&subd=mesnuits&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>E Wilco sia</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 23:08:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maud</dc:creator>
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E Wilco sia, in ricchezza e povertà, in salute e malattia, in buona e cattiva sorte. Che se ne stanno lì, nella mia testa oramai da mesi, da quel giorno in cui scoprii A Ghost is Born e decisi di riascoltare ciò che già ben conoscevo (Sky Blue Sky, Summerteeth), ma con attenzione diversa. Perché [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=122&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://archive.perfectduluthday.com/WilcoRoadcase.jpg" alt="" width="298" height="415" /></p>
<p>E Wilco sia, in ricchezza e povertà, in salute e malattia, in buona e cattiva sorte. Che se ne stanno lì, nella mia testa oramai da mesi, da quel giorno in cui scoprii A Ghost is Born e decisi di riascoltare ciò che già ben conoscevo (Sky Blue Sky, Summerteeth), ma con attenzione diversa. Perché sono semplici, gli Wilco, paiono semplici e si rischia di fermarsi alla superficie. Dopo mesi di ascolto assiduo ed un poco ossessivo è in quella apparentemente patinata superficie che ho affondato la vanga, e senza pietà. Con il rischio che mi venissero a noia. Non è successo: ogni nuovo ascolto, ogni album del passato a me sconosciuto (Yankee Hotel Foxtrot, per dirne uno), è stata per me una nuova delizia che ha accompagnato le mie ore più grigie ed ora allo stesso modo accompagna queste ore dai mille colori.<br />
Sono tornata indietro, sono tornata agli Uncle Tupelo che adesso mi graziano con le loro Whiskey Bottle e Moonshiner, sono passata attraverso la collaborazione con Billy Bragg per poi giungere allo splendido live Kicking Television. E sono ancora qua, che scavo e scopro tesori, come la bellezza di un passaggio che mai avevo notato prima.<br />
L’ultimo album è ancora lì, da esplorare, poco a poco. E il loro concerto a Santiago, difficile per altre ragioni, assume le sembianze di un amante che ci affascina con la sua generosità ma è talvolta scostante (così è Jeff Tweedy), antipatico, intenso (connotazione inglese inclusa). Sono forse stati fortunati coloro che non hanno capito le parole di Jeff, e si sono lasciati portare dalla musica, solo da lei, in quelle due ore di delizia. Per quanto mi riguarda li vedrei ancora, per quanto il geniale Jeff si sia rivelato persona quantomeno complessa. Ma sono un po’ masochista, e questo già si sapeva.</p>
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		<title>L’amore ai tempi delle febbre suina</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 23:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maud</dc:creator>
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Ed è così che ci hanno tolto anche la poesia, che cos’è l’amore di questi tempi, quando si incontrano in metropolitana ragazzetti quidicenni turisti con la mascherina anti-microbi e lo sguardo fisso all’orizzonte di chi, pronto a sopravvivere all’epidemia, ha oramai visto tutto. E nemmeno hanno mai provato l’ebbrezza di quei treni e dell’alito del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=120&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;">
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 297px"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3615/3391467705_976d899e51.jpg?v=0" alt="Soho" width="287" height="429" /><p class="wp-caption-text">Soho - March 2009</p></div>
<p>Ed è così che ci hanno tolto anche la poesia, che cos’è l’amore di questi tempi, quando si incontrano in metropolitana ragazzetti quidicenni turisti con la mascherina anti-microbi e lo sguardo fisso all’orizzonte di chi, pronto a sopravvivere all’epidemia, ha oramai visto tutto. E nemmeno hanno mai provato l’ebbrezza di quei treni e dell’alito del vicino che sa di aglio alle 8 del mattino.</p>
<p>Cosa sanno loro dell’amore in questi tempi di recessione? Cosa sanno di quella Spagna lontana una settimana, ma che sarà lontanissima a breve, cosa ne sanno? E ben venga che la mascherina ci proteggerà dal loro sonoro sproloquio, quantomeno.</p>
<p>Quello che io so è che continuo a preferire Blood on the tracks a Blonde on blonde, io blasfema. Quello che io so è che non mi piace, per nulla, la figlia di Richard Thompson. Quello che so è che mi piace, nonostante la figlia, Richard Thompson. Quello che so è che questa eterna primavera è pesante. Pesantissima talvolta, come l’asfalto, insaziabile. E mi si venga a dire che Blonde on blonde è meglio, è il capolavoro. Me ne sbatto. Ai tempi della febbre suina tutto è concesso, anche questo.</p>
<p><strong>Listening to Bob Dylan – Blood on the tracks</strong></p>
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			<media:title type="html">maud</media:title>
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	</item>
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		<title>Il dossier Mikelini</title>
		<link>http://mesnuits.wordpress.com/2009/02/04/il-dossier-mikelini/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 20:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maud</dc:creator>
				<category><![CDATA[travel]]></category>

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		<description><![CDATA[
Appena giunta a casa dal ridente aeroporto di Stansted mi trovo a riflettere su un episodio del passato che mi ha vista protagonista e probabilmente mi ha fatto entrare nella storia (quella della Ryanair, quantomeno).
Succede che lo scorso settembre mi trovo ad acquistare un biglietto on line, come sempre, d’altronde. Comunque. La sera della partenza [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=117&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://blog.modernmechanix.com/mags/PopularScience/10-1931/toy_airplane.jpg" alt="" width="412" height="426" /></p>
<p>Appena giunta a casa dal ridente aeroporto di Stansted mi trovo a riflettere su un episodio del passato che mi ha vista protagonista e probabilmente mi ha fatto entrare nella storia (quella della Ryanair, quantomeno).<br />
Succede che lo scorso settembre mi trovo ad acquistare un biglietto on line, come sempre, d’altronde. Comunque. La sera della partenza mi scapicollo fuori dell’ufficio un’ora prima e giungo a Stansted con solerte puntualità. Il risultato del check-in on line è una banale stampa che riporta un codice a barre ed alcuni dati tra cui il mio nome ed il numero di volo. Brandendo il magico foglietto supero tutti i controlli, arrivo al gate, mi imbarcano, prendo allegramente posto, allaccio le cinture per non doverci pensare più, estraggo ipod e libro e guardo con un ghigno i turisti imbranati che non sanno dove sistemare le valigie.<br />
Dopo poco, io già immersa nell’allegro ascolto di Daniel Johnston, lo steward ripete più volte un nome a me familiare, sebbene pronunciato in maniera inusuale. In effetti realizzo che si tratta del mio nome. Quasi contenta, maledette manie di protagonismo, agito la mano gioiosamente strepitando ‘It’s me, it’s me!’. Il tizio è verde in faccia e mi dice che c’è un problema con il mio biglietto. Io, sicura di me come mai prima e probabilmente mai poi, lo guardo con aria interrogativa ed estraggo il già citato foglietto. Lui mi dice che l’orario è sbagliato. Penso ad un problema di stampa (il mio cervello in quel momento era evidentemente rimasto in ufficio o da qualche parte sullo Stansted Express), sorrido, non capisco, mi dice che dovevo partire con un altro volo, ed io ‘Ma come, sono le 7, vede, c’è scritto anche sul biglietto, le 7’, peccato che ci sarebbe dovuto essere scritto 19, non 7, porca di quella vacca della vacca. Finalmente capisco che ho comprato il biglietto sbagliato, mentre il mio vicino di sedile mi osserva con occhi sgranati.<br />
Lo steward mi deporta dall’aereo. Gli attacco una pezza infinita, prima ruffiana, poi incazzosa, infine piagnucolosa, cercando di convincerlo che può farmi partire comunque, che sono disposta a pagare il biglietto nuovamente, che sono disposta a sborsare qualsiasi cifra. La butto sul drammatico, lui pare sinceramente dispiaciuto ma inflessibile. Sto ancora ciarlando che già mi trovo al gate e mi smollano lì, frastornata e con la forte ed assolutamente fondata sensazione di essere una cogliona (grazie word che me lo correggi con ‘fogliona’ ma volevo dire proprio quello, cogliona, e lo ripeto pure).<br />
E così affronto un viaggio dantesco attraverso l’aeroporto di Stansted, scoprendo che tutto è pensato per camminare in una sola direzione, e quindi mi trovo a scendere scale di servizio, a smadonnare mentre precorro lunghi corridoi contro mano con la gente che pure mi guarda male. Ed ecco che giungo ai controlli. Mi guardo intorno spaesata (non senza continuare a smadonnare tra me e me, a mo’ di mantra) e placco un tizio della security spiegandogli la stronzata che ho fatto e chiedendogli come posso uscire. Mi scorta all’ingresso e capisco che non sono poi così beota, o che quantomeno esiste sempre un peggio, quando due tipi che hanno appena passato in controlli gli chiedono se possono venire anche loro con noi perché vogliono fumarsi una sigaretta, e quando il mio Virgilio dice loro che se ci seguono dovranno passare nuovamente i controlli si bloccano stupiti e provano pure a convincerlo. Mioddio.<br />
Non ci sono ovviamente altri voli fino all’indomani, per cui esco dall’aeroporto, salgo sullo Stansted Express, mi faccio un’altra bella oretta di viaggio tra treno e metropolitana, e alle 9 circa sono di nuovo a casa. Bevo molta birra.<br />
Presumibilmente esiste un dossier Mikelini da qualche parte negli archivi della Ryanair, forse è anche saltata qualche testa perché, di fatto, sono riuscita a salire su un aereo con il biglietto di un altro volo. Un’operazione degna del più scaltro dei terroristi.</p>
<p><strong>Listening to: Essie Jain &#8211; We Made This Ourselves</strong></p>
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		<title>Please don’t forget your sweetheart</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 23:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maud</dc:creator>
				<category><![CDATA[London]]></category>

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		<description><![CDATA[
Finsbury Park tube station &#8211; October 2008
In questa città non è possibile prescindere dalle molteplici e quantomeno eterogenee esperienze che si vivono sui trasporti pubblici. La metropolitana è un carosello di variegata umanità che sempre mi sorprende. C’è quel tizio che incontro la mattina, mezza età, i capelli tinti e la messa in piega, giacca [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=113&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://farm4.static.flickr.com/3021/2981761219_5ff5dde508.jpg?v=0" alt="" width="500" height="336" /></p>
<p style="text-align:center;"><em>Finsbury Park tube station &#8211; October 2008</em></p>
<p>In questa città non è possibile prescindere dalle molteplici e quantomeno eterogenee esperienze che si vivono sui trasporti pubblici. La metropolitana è un carosello di variegata umanità che sempre mi sorprende. C’è quel tizio che incontro la mattina, mezza età, i capelli tinti e la messa in piega, giacca a vento blu, cravatta. E la ragazza col giacchetto nero peloso, stivali sadomaso, capelli neri da Morticia, rossetto scarlatto. L’ubriaco in completo da lavoro, stringe la borsa del portatile e alita birra a distanze insospettabili. Le lattine di Red Bull,  e quelle di birra che rotolano sul pavimento la sera tardi. E i due uomini che si baciavano a Caledonian Road, la tenerezza di un saluto che, scorrendo veloce nel riquadro del finestrino, un poco mi ha spezzato il cuore. L’uomo più strano del mondo che ho rivisto in una libreria a Piccadilly. La donna più strana del mondo che con lui condivide la foggia degli orecchini. Forse si piacerebbero. Le ragazzotte con la borsetta spigolosa che ti piantano nelle costole e le lanceresti dal treno in corsa (ragazzotte e borsetta annessa). Le calze rotte ed i tacchi vertiginosi delle ubriache la sera, le loro urla sguaiate. I tipi che fanno le flessioni sui tubi, ma che fatica inutile. Quello che balla il tip tap. I turisti rincoglioniti. La gente coi valigioni, o che trascinano cinque bambini al di sotto dei 6 anni. L’alito di aglio alla mattina. Quando ti viene da piangere e cazzo decidi che non puoi resistere e avverti, improvvisamente, incredibilmente, che i tuoi vicini ti lanciano occhiate comprensive, che intorno a te non è il deserto. E i tipi che cercano di salire al volo e rimangono schiacciati dalle porte, maccheccazzo la piccadilly passa ogni minuto! E la vecchietta che ha messo avanti un braccio, le porte si sono chiuse ed il treno le ha portato via la sportina della spesa, e quello che in quel modo ci stava lasciando un portatile. Tante, tante immagini che vorrei fotografare e non posso.<br />
Qualche tempo fa si andava con dei colleghi ad Olympia ad una riunione di lavoro, e dovete sapere che la linea tra Earls Court e codesta Olympia è una delle più sfigate di Londra, passa un treno ogni duecento anni. Ecco, succede che dopo un’attesa interminabile il suddetto arriva, saliamo, e l’autista ricorda ripetute volte che il convoglio si recherà ad Olympia, che c’è una sola fermata, che è un capolinea. Partiamo. A pochi minuti dalla destinazione l’autista riattacca ‘Stiamo arrivando ad Olympia, la prossima fermata è Olympia’ poi improvvisamente comincia a dire le stesse cose cantando (!?) ed alterna gli annunci d’ordinanza a frasi tipo ‘Non lasciate nulla sul treno, ricordatevi i vostri portatili, i vostri bagagli, le persone a voi care, i vostri amici, il vostro amato, e se siete soli non temete, troverete qualcuno anche voi. E non preoccupatevi per me, questo è il capolinea e tra poco tornerò a casa’, e così a seguire con una serie di trovate che hanno lasciato esterrefatto un intero treno. In stazione vediamo questo autista, è un signore coi capelli bianchi, il sorriso dolce, una ragazza lo ringrazia perché per la prima volta, e proprio in una giornata tanto grigia e deprimente, si è guardata intorno scendendo dal vagone e tutti intorno a lei sorridevano. E con loro anch’io.</p>
<p><strong>Listening to: Green on Red – this time around: too much fun</strong></p>
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		<title>A ghost is born</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 23:51:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maud</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Mi siedo alla scrivania di fronte ad un silente portatile. Le nove del mattino da poco trascorse, sono fiera della mia puntualità. Musica. La scelta cade su un album degli Wilco che ho ad oggi ascoltato una sola volta, distrattamente. Il volume è basso, il primo brano attacca in sordina. Sono già concentrata sulla [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=108&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft" style="margin:2px 3px;" src="http://www.ondarock.it/images/cover/wilco_7411.jpg" alt="" width="242" height="220" /> Mi siedo alla scrivania di fronte ad un silente portatile. Le nove del mattino da poco trascorse, sono fiera della mia puntualità. Musica. La scelta cade su un album degli Wilco che ho ad oggi ascoltato una sola volta, distrattamente. Il volume è basso, il primo brano attacca in sordina. Sono già concentrata sulla moltitudine di menate lavorative che mi attendono al varco. La voce è quasi sdolcinata, la seguo a stento. Ma poi interviene una chitarra distorta, alternata a poche note di piano, ad attrarre la mia attenzione. Il ritmo ossessivo della batteria. Una frazione di secondo e ciò che mi circonda si dissolve. Per un istante, meraviglioso, non v’è null’altro. Il brano finisce con un feedback, e mi lascia lì, un po’ stupita, un po’ commossa. Mi viene da ridere.<br />
A <em>Ghost Is Born</em> è un album all’insegna delle dilatazioni psichedeliche, dei cambi di registro, degli incastri perfetti. A parte la <em>At least that’s what you say</em>, da cui ha avuto origine la mia epifania musicale mattutina, sono splendide anche <em>Spiders (Kidsmoke)</em>, un mantra velvettiano di oltre dieci minuti, e la dilatata, per quanto più vicina alle sonorità dei Wilco che meglio conoscevo, <em>Handshake Drugs</em>. Tutto, è bello tutto.<br />
Lo so, arrivo sempre con l’ultimo treno.</p>
<p><strong>Listening to: Wilco – A ghost is born</strong></p>
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		<title>Di nebbia ed altri vizi</title>
		<link>http://mesnuits.wordpress.com/2009/01/10/di-nebbia-ed-altri-vizi/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Jan 2009 10:45:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maud</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[
Ravenna &#8211; 2003
Due giorni fa ho visto, per la prima volta, la nebbia a Londra. Nulla di paragonabile a ciò a cui sono usa nella mia palude natale, si è rivelata dal primo mattino con la sua luce giallastra, l’aria spessa dai maleodoranti echi pechinesi. Ed io che mi sveglio con una pesantezza esistenziale che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=98&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-101" style="border:3px solid black;" title="Ravenna - 2003" src="http://mesnuits.files.wordpress.com/2009/01/file08461.jpg?w=478&#038;h=304" alt="Ravenna - 2003" width="478" height="304" /></p>
<p style="text-align:center;"><em>Ravenna &#8211; 2003</em></p>
<p style="text-align:justify;">Due giorni fa ho visto, per la prima volta, la nebbia a Londra. Nulla di paragonabile a ciò a cui sono usa nella mia palude natale, si è rivelata dal primo mattino con la sua luce giallastra, l’aria spessa dai maleodoranti echi pechinesi. Ed io che mi sveglio con una pesantezza esistenziale che manco Sartre ed i suoi problemi con le maniglie delle porte.<br />
E’ tutto nella tua mente &#8211; mi ripeto come altre mille volte &#8211; è solo un problema di luce ed umidità &#8211; cerco di tranquillizzarmi – adesso vai a lavorare e non ci pensi più. Sti cazzi.<br />
Dopo il viaggio in treno, durante il quale seleziono accuratamente la musica più angosciante che il mio ipod possa proporre, giungo in ufficio e mi accorgo di avere la capacità di concentrazione di un criceto, solo che mi manca la ruota su cui scapicollarmi inutilmente e sono seduta di fronte ad un monitor che mi presenta sadicamente un’immacolata pagina di word il cui riempimento giustifica la mia presenza in quel luogo.<br />
Fortunatamente vengo coinvolta in una serie di riunioni che esigono un certo controllo da parte mia e per qualche ora la mia mente si quieta e riacquista la capacità di focalizzare la sua attenzione su un pensiero di natura logico-scientifica. Riesco persino a fare qualche battuta di spirito. Ma la scena cittadina inquadrata dalla finestrella della sala riunioni continua ad essere immersa in quella atmosfera tangibile, il cielo continua ad avere consistenza sabbiosa, il sole è tutt’ora malaticcio. Torno alla mia scrivania e il macigno esistenziale si accomoda sulle mie ginocchia.<br />
Perché io sono meteoropatica. La scorsa primavera cercai di giustificare le occhiaie che mi trascinavo da giorni imputandole alle frequenti quanto drastiche variazioni delle condizioni atmosferiche di quei giorni, ed i miei colleghi mi guardarono come se stessi dicendo che nel weekend avevo in progetto di recarmi in pellegrinaggio da Sai Baba utilizzando come unico mezzo di locomozione mani e ginocchia. E così ho scoperto che nei paesi anglosassoni il concetto di meteoropatia non esiste, o quantomeno i miei colleghi ed il web pare nulla ne sappiano. Grazie a quell’uscita sono stata apostrofata per giorni con ironiche frasi del genere ‘Come ti senti oggi, credi che più tardi verrà a piovere?’ diventando così l’oracolo meteorologico del mio ufficio.<br />
Eppure l’esperienza personale mi rende assolutamente certa dell’esistenza di codesta dannata cosa, e posso presentare molteplici prove a supporto delle mie teorie. Per esempio, quando ancora ero così piccola da essere al di sopra di ogni sospetto di mistificazione, i miei genitori usavano soprannominarmi ‘Bernacchino’ (in onore del Colonnello Bernacca che negli anni ’70 furoreggiava sulla televisione di stato italiana con il suo ‘Che tempo fa?’) poiché in concomitanza di ogni significativo cambiamento meteorologico divenivo lagnosa e, per dirla in maniera spicciola, decisamente più rompi coglioni del solito.<br />
Dal punto di vista scientifico, come mi sono successivamente documentata, parrebbe che la meteoropatia sia causata da un malfunzionamento del sistema di termoregolazione dell’organismo, il quale, non essendo in grado di adattarsi ad un cambiamento repentino di temperatura, si sconquassa causando tutta una serie di disturbi quali ansia, mal di testa, stanchezza e rotture di maroni di vario genere.<br />
Bene, detto ciò, vado ad affrontare questa seconda giornata nebbiosa (come ho scoperto con orrore al mio risveglio) augurandomi che ritorni un po&#8217; di sana pioggia perché dalla palude sono partita più di un anno fa e già mi sto chiedendo se tutto ciò non sia una sorta di nuvola di Fantozzi che finalmente è riuscita a trovarmi. Fuggire su un’isola pare dunque non sia sufficiente.</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/mesnuits.wordpress.com/98/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/mesnuits.wordpress.com/98/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/mesnuits.wordpress.com/98/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/mesnuits.wordpress.com/98/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/mesnuits.wordpress.com/98/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/mesnuits.wordpress.com/98/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/mesnuits.wordpress.com/98/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/mesnuits.wordpress.com/98/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/mesnuits.wordpress.com/98/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/mesnuits.wordpress.com/98/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=98&subd=mesnuits&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Ravenna - 2003</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Perché di metropoli si tratta, parrebbe.</title>
		<link>http://mesnuits.wordpress.com/2008/12/20/perche-di-metropoli-si-tratta-parrebbe/</link>
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		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 15:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maud</dc:creator>
				<category><![CDATA[London]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>

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		<description><![CDATA[
Southbank &#8211; December 2008
In questa città che un po’ si odia ed un po’ si ama, che ci si illude di avere compreso per poi rendersi conto che nemmeno si è mai stati a Peckham, che ti svuota e ti maltratta, che ti si para davanti coi cieli tra i più blu che tu abbia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=mesnuits.wordpress.com&blog=1386150&post=94&subd=mesnuits&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="alignnone" src="http://farm4.static.flickr.com/3067/3100627339_c5993f9870.jpg?v=0" alt="" width="335" height="500" /></p>
<p style="text-align:center;"><em>Southbank &#8211; December 2008</em></p>
<p>In questa città che un po’ si odia ed un po’ si ama, che ci si illude di avere compreso per poi rendersi conto che nemmeno si è mai stati a Peckham, che ti svuota e ti maltratta, che ti si para davanti coi cieli tra i più blu che tu abbia mai visto per poi tradirti con un improvviso quanto inaspettato grigiume e quella roba che chiamano drizzle (se gli eschimesi hanno decine di parole per descrivere la neve qua non poteva mancare un termine a definizione di quella odiosa cosa che pare ti spruzzino in faccia acqua gelida con un vaporizzatore), in questa città dall’ampissima gamma umana, che sempre ti sorprende, non si può negare che ci viene proprio un sacco di brava gente a suonare.<br />
Nelle ultime settimane il rush natalizio è stato fonte di grandi occasioni che hanno messo letteralmente alla prova la mia resistenza fisica. Per iniziare dai Lambchop alla mia amata Union Chapel, due giorni prima delle presidenziali americane ed un’atmosfera di tesa aspettativa. E Kurt Wagner che ho adorato.<br />
Poi Sam Amidon e Jolie Holland ancora in una chiesa, la St James Church, quantomai anomala parentesi spirituale nel bel mezzo del regno del capitalismo di stampo piccadilliano. Lui ragazzino folle, lei che ha perso un poco il suo stile jazzy ma è pur sempre assai gradito ascolto.<br />
E poi Alasdair Roberts, ancora, e James Yorkstone al Luminare di Kilburn, due cantastorie sul palco del locale più piccolo in cui mai sia stata, ed un pubblico silenzioso e gentile.<br />
Ed infine la festa di Natale dell’End Of The Road al Cargo, tutti troppo ubriachi, tutti troppi ciarloni, l’alcool scorreva copioso nelle vene di molti e persino della band di punta, ovvero i Broken Family Band che avrebbero dovuto allietarmi ed invece mi hanno smaronata. Andate al pub e restateci.<br />
In questa città oggi mi pervade l’ottimismo, domani chissà.</p>
<p><strong>Listening to: Folk Off!</strong></p>
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